Mentre Pechino rinforza i suoi campioni delle telecomunicazioni e gli operatori europei arretrano, le tigri del Sud-est asiatico provano a smarcarsi dall’influenza del Dragone

Presentazione di progetti sul 5G (Getty Images)
Presentazione di progetti sul 5G (Getty Images)

La chiamano guerra fredda tecnologica. È uno dei pochi settori nel quale si può rischiare davvero un quantomeno parziale decoupling, il famigerato disaccoppiamento delle economie globali. Ed effettivamente, così come la tecnologia cinese è sempre più nel mirino degli Stati Uniti e dei loro partner, quella straniera trova sempre meno spazio nella Cina della “doppia circolazione” e della ricerca dell’autosufficienza digitale (e non). All’interno della contesa tech, lo sviluppo delle infrastrutture delle reti 5G occupa di certo una posizione centrale.

Cosa succede in Cina

La controffensiva lanciata da Washington sui player di Pechino ha da tempo prodotto qualche effetto in Europa (e non solo), compresa l’Italia. Sembra davvero passata un’era geologica dall’incontro privato tra l’allora premier Giuseppe Conte e il fondatore di Huawei Ren Zhengfei nell’aprile 2019 a Pechino, a margine del secondo forum sulla Belt and Road (alla quale il governo giallo-verde aveva appena ufficialmente aderito).

I colossi cinesi continuano a essere sostenuti con forza dallo Stato, che ha tra l’altro evitato di prenderli di mira nell’attuale giro di vite sul settore digitale e privato. A luglio, Huawei e Zte hanno vinto insieme il 90 per cento dei contratti di fornitura di stazioni base 5G per China Mobile e China Broadcasting Network. In particolare, Huawei si è assicurata circa il 60% degli appalti nonostante il prezzo delle sue attrezzature siano più alti rispetto a quelli dei rivali locali e stranieri.

I contratti conquistati dall’azienda di Shenzhen potrebbero portare ricavi fino a 6 miliardi di dollari. Costruirà oltre la metà delle 480.397 stazioni base 5G previste dalla gara. Le nuove stazioni base per China Mobile e China Broadcasting Network sono il risultato di un accordo raggiunto lo scorso gennaio per costruire insieme la rete a 700MHz, che opera su una banda di frequenza considerata ideale anche per le aree rurali, sul cui sviluppo il governo punta moltissimo. A breve dovrebbe arrivare la risposta degli altri due player nazionali, China Telecom e China Unicorn.

Meno spazio per le aziende straniere

Ma nello sviluppo delle reti cinesi c’è sempre meno spazio per gli attori stranieri. La svedese Ericsson e la joint venture locale della finlandese Nokia, Shanghai Bell, hanno conquistato solo il 10% dei contratti di luglio. Ma, più in generale, la loro operatività sul territorio è in costante calo. Ericsson, che una volta era un fornitore importante dell’attrezzatura di telecomunicazioni in Cina, ha visto crollare i ricavi sul mercato cinese del 60% nel secondo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2020. Nei giorni scorsi, l’azienda ha anche annunciato che chiuderà il suo principale centro di ricerca di Nanchino entro novembre. L’impianto è stato aperto nel 2001 e rappresenta uno dei fiori all’occhiello della presenza di Ericsson nella Repubblica Popolare, che conta anche altri quattro centri tuttora operativi a Pechino, Shanghai, Guangzhou e Chengdu con un totale di oltre cinquemila dipendenti. I 630 esuberi del centro di Nanchino potrebbero finire, secondo quanto scritto dal South China Morning Post, alla società finlandese TietoEvry.

La chiusura del centro di ricerca rappresenta un primo segnale di innalzamento di bandiera bianca da parte dell’azienda svedese, che per lungo tempo aveva provato a convincere il governo di Stoccolma a non bandire Huawei dalla corsa allo sviluppo delle infrastrutture di rete del paese scandinavo. Ma i rapporti diplomatici tra Svezia e Cina sono ai minimi termini e ciò si ripercuote inevitabilmente anche sull’operatività di Ericsson sul mercato cinese. Rinunciare alla presenza su quel mercato non è però certo semplice, visto che per quanto riguarda il 5G è il più grande al mondo con circa 1 milioni di stazioni operative già alla metà del 2021. Nel 2020 i ricavi in Cina hanno pesato il 10% del totale dei ricavi dell’azienda. In un’intervista con Reuters, il presidente di Ericsson Borje Ekholm ha garantito che l’azienda non abbandonerà il mercato cinese “facilmente”, rivendicando una presenza di 120 anni nel paese. Il competitor scandinavo Nokia potrebbe avvantaggiarsi almeno in parte delle difficoltà di Ericsson, e il contratto vinto a luglio è il primo dell’azienda finlandese nel 5G cinese.

La frontiera del Sud-est asiatico

Le tensioni geopolitiche e le pressioni incrociate non si ripercuotono solo sul mercato cinese, ma anche sul resto dell’Asia. Non è un caso che si stiano creando inediti spazi per attori regionali nel Sud-Est asiatico, fino a poco tempo fa considerato terreno di conquista dei player cinesi. Nessun paese dell’area ha ufficialmente bandito i produttori cinesi, anche se in alcuni casi si tratta di uno stop de facto, come in Vietnam. Allo stesso tempo, lo spazio pare si stia restringendo.

Dopo il celebre sviluppo di Forest City, la prima smart city all’interno della zona economica speciale di Iskandar, la Malesia ha recentemente deciso di diversificare la propria rete 5G. A luglio è stata scelta Ericsson invece di Huawei per un contratto da 2,6 miliardi di dollari per lo sviluppo delle infrastrutture di rete nazionali. A Singapore la costruzione della rete è stata invece affidata a una partnership tra la locale Singtel, Ericsson e Nokia. La città-stato sta investendo tantissimo su intelligenza artificiale e settore digitale, mirando a raggiungere una copertura 5G del 100% entro il 2025.

Proprio Singtel potrebbe avvantaggiarsi delle tensioni sulle attrezzature cinesi per espandere il suo ruolo a livello regionale. L’azienda è il principale operatore delle telecomunicazioni del Sud-Est asiatico e si è posta l’obiettivo di espandersi nei paesi vicini, in particolare Thailandia, Filippine e Indonesia. Ha acquisito partecipazioni in diversi operatori regionali come la thailandese Advanced Info Service, la filippina Globe Telecom e l’indonesiana Telkomsel. L’obiettivo è quello di approntare un approccio regionale a un settore in rapido sviluppo e nel quale all’improvviso sembrano crearsi nuovi spazi.

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