Che vita è, la vita di uno che fugge? Ecco, a questa domanda senz’altro avrebbe dovuto rispondere Karp Likov, il padre di Agafia, l’uomo che nel 1936 decise di abbandonare la vita civilizzata e rifugiarsi in Siberia pur di proteggere la ‘sua’ versione di religione, quella degli ‘antichi credenti’, portandosi dietro tutta la famiglia. Una setta, si è detto e si è scritto. Bene. Agafia ora ha 77 anni, vive ancora dov’è nata, su quello scoglio di terra posato dirimpetto al fiume, sepolta nella taiga, a quasi tre ore di elicottero dalla prima città degna di questo nome, Abakan. Da quando i Likov sono stati ritrovati, nel 1978, è passata un’era geologica. L’Urss non c’è più e Agafia dal 1988 è rimasta sola: padre madre e fratelli, tutti morti. Adesso, da sensazione mediatica, è diventata qualcos’altro: un monumento. E incontrarla è davvero un privilegio.

“Ah lei è italiano, sono almeno 30 anni che non ne vedo uno”. Agafia parla piano, un russo molto suo simile a una nenia, i denti che mancano, le mani disfatte e nere (non usa il sapone, solo acqua), il fazzolettone annodato in testa come tradizione comanda. Non c’è verso di saperne di più su questo antico italiano, chi fosse, da dove venisse. La sua mente è già altrove. Agafia sa come ottenere ciò che vuole e risponde solo a quel che le va. Il resto se lo fa passare sopra. È religiosissima e non sarebbe strano se un giorno la facessero santa: sarebbe una santa moderna per una Russia contemporanea. Papà Karp fuggì per evitare le persecuzione staliniane nei confronti degli antichi credenti, branca integralista dell’ortodossia che non accetta la riforma attuata dal patriarca Nikon nel 1653-1656. Agafia in particolare fa parte della fazione dei ‘beguny’. E questo comporta una serie di limitazioni stringenti all’alimentazione e in generale allo stile di vita. Fino a che i Likov non sono stati ritrovati da un gruppo di geologi sovietici in cerca di gas, Agafia ha dunque conosciuto un universo fatto di preghiera, libri sacri, regole severe e vita in famiglia – due fratelli e una sorella maggiore. I Likov non sapevano nemmeno che la Seconda guerra mondiale fosse finita. O iniziata. Agafia, invece, il mondo moderno lo ha visto e non le è piaciuto particolarmente.

“Qui ho il mio modo di vivere, non ho bisogno di altro, se non di preghiere”, confida quando la stuzzichi su cosa ne pensi di questa nostra epoca. Dove ad esempio ci si ammazza ancora per ragioni di culto. “La religione è una sola, è anche solo spaventoso pensare che ce ne possano essere altre”, sentenzia dall’alto del suo zelo. Ma condisce ogni frase con un sorriso gentile, che le illumina il viso e gli occhi chiari. Il suo metro di giudizio è quello, ogni cosa passa da lì. Cristo e dintorni. La Russia la venera per quello che è, la ‘babuska’ nazionale, la nonna-Siberia che ancora resiste nella ridotta della foresta, negli anni diventata parco nazionale, ormai circondata di aiutanti che le permettono di vivere i suoi ultimi giorni con più agio. Ma sempre a modo suo. “In teoria sarebbe proibito vivere qui, perché siamo in zona protetta”, spiega Viktor Nepomniashi, capo della riserva naturale. “Ma lei era qui ben prima che fosse persino creata, la riserva: è un tesoro nazionale”. Agafia è tosta. Si è presa il Covid – persino in mezzo al nulla della Chakassia è arrivato il virus – per colpa di un blogger scriteriato, che ha eluso le regole pur d’intervistarla. Ma lo ha battuto senza nemmeno farsi curare. Sempre per motivi religiosi.

“Spero di poter vivere fino a 80 anni. Dopo voglio andare in cielo: quella è la mia prossima fermata”, dice quando le chiedi se c’è qualcosa che desidera. Nel mentre, però, si è attrezzata per una permanenza più confortevole. Entrata a sua insaputa nell’orbita delle attività caritatevoli della fondazione di Oleg Deripaska, il miliardario magnate dell’alluminio, a un certo punto ha chiesto da dove venissero questi aiuti improvvisi. Quando gliel’hanno spiegato ha pensato bene di prendere carta e penna e chiedere a Deripaska “una casa nuova”. Che si è ben presto materializzata. “Ci sono voluti quasi 40 viaggi lungo il fiume ma l’abbiamo costruita”, dice Ruben Bunyatyan della fondazione Volnoe Delo. “Abbiamo seguito il progetto disegnato dalla stessa Agafia”. Ovvero una dacia come potrebbe immaginarla una bambina: col tetto a punta e le finestre quadrate al centro dei lati. Ora in questo spicchio di taiga c’è una specie di villaggio.

La casa nuova, quella vecchia costruita da Karp e dove Agafia è nata, due casupole tirate sui dai geologi dopo il ritrovamento (una è in ristrutturazione), il ricovero delle capre, la lapide dove è stato seppellito il padre. Tra le mani nonna-Siberia tiene un satellitare, regalo della fondazione, ultimo modello in sostituzione di quello vecchio. Certe diavolerie fanno comodo. La politica ovviamente non fa parte del suo orizzonte. Se le mostri un’immagine di Putin lei ridacchia e ti dice “quello che sta sui calendari!”. Sì certo, anche lì. Ma principalmente fa il presidente. Lo sa che è il suo presidente, vero? Ridacchia, non risponde e passa oltre. C’è da fare il pane, come si faceva una volta. Tu te ne andrai, insieme al tuo smartphone che non capta un accidente, e lei resterà. Nel suo mondo. Un mondo che non c’è più e che se ne andrà con Agafia.

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