AGI – Come cardinali in conclave alla ricerca del nome che può portare alla fumata bianca: Enrico Letta, Giuseppe Conte e Roberto Speranza escono dal vertice di martedì della coalizione con questa proposta da recapitare a un centrodestra che ha presentato la sua rosa di nomi. La voce che Pd, M5s e Leu potessero contrapporre una “controrosa” era stata data per plausibile  ma i dubbi hanno cominciato a circolare immediatamente fra i dem.

“Non stiamo giocando con le figurine”, spiegava un alto esponente dem, “così facendo si finisce per mettere in scena una gara al ribasso, in cui non vince nessuno”. Anche perchè, come si sottolineava nei ‘capannelli di corrente’ in Transatlantico, “se i nomi sono quei tre, vuol dire che quello su cui si punta è il quarto”. Il sospetto che circola nelle fila del Pd è che Matteo Salvini e compagni stiano lavorando per arrivare a un nome fra quelli di Elisabetta Casellati e Antonio Tajani, che in mattinata ha avuto un incontro con lo stesso Letta.

Un segno di distensione all’inizio di una giornata, la seconda di votazioni per il Quirinale, che sembrava dare segnali incoraggianti. Il barometro del Pd, tuttavia, ha virato immediatamente a tempesta quando il centrodestra ha reso noto di voler tenere una conferenza stampa per presentare la propria rosa di nomi. Tre, per la precisione: Letizia Moratti, Carlo Nordio e Marcello Pera.

Non Casellati, dunque, nè Tajani o Casini. Nomi ai quali Letta risponde positivamente, definendoli “nomi di qualità”. Super partes, chiedono i cronisti a Montecitorio? “Ho detto di qualità”, risponde Letta che, poi, precisa di non aver mai affermato che il centrodestra non abbia diritto a esprimere dei nomi, ma che questi nomi non devono essere immediatamente riconducibili a questo o quel partito. Parole che dal centrodestra vengono apprezzate. E molto: “Da Letta una buona risposta che rappresenta un passo avanti”, dice Meloni. “Bene l’apertura di Letta, facciamo in fretta”, conferma Salvini.

Se il conclave dovesse concretizzarsi, come sembra ormai certo, le strade sarebbero tutte di nuovo aperte. Il timore tra le fila dem è che ora la strada che porta all’elezione di Mario Draghi sia in salita, visto che a quella riunione ‘sine die’ auspicata da Letta prenderebbero parte molti di coloro che si sono opposti fermamente a Draghi.

Una impressione confermata dalle parole dell’alleato Giuseppe Conte: “Il mio ruolo non è quello di salvaguardare nessuno”, risponde Conte a chi gli chiede un commento all’intervista di Enrico Letta a una Tv straniera: “Il mio ruolo è quello di salvaguardare Draghi”. Insomma, la conferma che nel M5s è ancora forte l’ala di chi vuole che Draghi rimanga a Palazzo Chigi. Dall’altra parte, tuttavia, ogni opzione potrebbe essere valutata “senza tatticismi”, come auspicato da Letta.

Anche l’opzione del Mattarella Bis. Nel Pd, ma anche nel M5s e in Leu, quella di un secondo mandato del presidente della Repubblica è una speranza mai del tutto spenta e che attraversa trasversalmente gli schieramenti. Se una richiesta forte dovesse arrivare da un tavolo al quale partecipa la quasi totalità delle forze rappresentate in Parlamento, è il ragionamento che viene fatto da un esponente dem, si tratterebbe di un appello che andrebbe comunque considerato.

Di sicuro, se Draghi dovesse rimanere a Palazzo Chigi, servirebbe una figura di altissimo profilo, riconosciuta a livello internazionale e, come sottolineato da Enrico Letta, “in grado di testimoniare con chiarezza l’appartenenza atlantica ed europeista dell’Italia” oltre che di “rassicurare i mercati”.

Il riferimento è all’operazione Frattini che Matteo Salvini e Giuseppe Conte avrebbero messo in campo insieme.  Una ipotesi che ha provocato la levata di scudi da parte del Pd (ma anche di parte del M5s e d’Italia Viva), per le relazioni che l’ex ministro degli Esteri e attuale presidente del Consiglio di Stato ha con la Russia. “Relazioni pericolose” per l’Italia, in un momento in cui la Russia schiera oltre 120 mila soldati al confine con l’Ucraina. 

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