AGI – Promossi da Lega e Radicali, i 5 quesiti referendari in tema di giustizia mirano ad eliminare alcune norme dell’ordinamento giudiziario. Trattandosi di Referendum abrogativi, per essere validi è necessario il raggiungimento del quorum. Ovvero, è necessario che domenica 12 giugno si rechino alle urne per votare almeno il 50% più uno degli elettori. Se i votanti saranno meno della soglia fissata, i Referendum verranno dichiarati nulli.

Inizialmente i quesiti presentati in materia di giustizia erano 6, ma la Corte costituzionale non ha ammesso il quesito che prevedeva la responsabilità civile diretta dei magistrati (oltre a non ammettere i Referendum sulla legalizzazione della coltivazione della cannabis e sull’eutanasia).

Si voterà invece sull’abrogazione della legge Severino, limitazione delle misure cautelari, separazione delle funzioni dei magistrati, partecipazione dei membri laici a tutte le deliberazioni del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari e abrogazione di norme in materia di elezioni dei componenti togati del Csm.

I partiti si sono schierati in maniera diversa, tra chi sostiene le ragioni del Sì, chi ha preferito una sorta di ‘neutralità’ e chi, invece, si è detto contrario. Una divisione trasversale che si riflette anche all’interno della stessa maggioranza che sostiene il governo Draghi. La consultazione popolare, inoltre, si ‘intreccia’ con alcuni dei temi contenuti nella riforma dell’ordinamento giudiziario e del Csm, approvata dalla Camera ma poi messa in stand by al Senato proprio in attesa che si svolgessero i Referendum.

I partiti scherati per il sì

Lega e Radicali, in quanto promotori, spingono affinché il 12 giugno non solo si raggiunga il quorum necessario ma vincano i Sì. Le due forze politiche promotrici dei Referendum sulla giustizia lamentano una sorta di “censura” da parte dei media, chiedendo per questo l’intervento del Capo dello Stato e del premier e dando il via a uno sciopero della fame in segno di protesta.

Il centrodestra non si presenta compatto all’appuntamento con le urne: mentre Forza Italia sostiene le ragioni del Sì, schierandosi a favore di tutti e 5 i quesiti (Silvio Berlusconi li ha definiti “fondamentali”), Fratelli d’Italia si è mostrato sin dall’inizio piu’ ‘tiepido’, appoggiando il Sì su soli 3 quesiti (separazione delle funzioni dei magistrati o separazione delle carriere, consigli giudiziari e eliminazione delle liste di presentatori per l’elezione dei togati del Csm).

Sostiene il Sì al Referendum anche Coraggio Italia, che auspica una vittoria in particolare del quesito sulla separazione delle carriere. A favore del Sì su tutti e 5 i quesiti si è posizionata Italia Viva, così come Azione.

I partiti schierati per il no

pur dicendo Sì a 3 quesiti, Fratelli d’italia ha espresso sin da subito contrarietà sugli altri 2 quesiti, annunciando il proprio No all’abolizione della legge Severino e alla limitazione della custodia cautelare. Chi è schierato convintamente per il No a tutti e 5 i quesiti è il Movimento 5 Stelle, che in particolare ha ammesso di temere il quesito che mira ad abolire la legge Severino.

Libertà di voto

In una posizione ‘intermedia’ e più articolata si posiziona il Partito democratico, che ufficialmente ha optato per la libertà di voto, anche se il segretario Enrico Letta non ha nascosto le sue perplessità sui quesiti (“una vittoria dei sì aprirebbe più problemi di quanti ne risolverebbe”, ha spiegato).

Si sono invece schierati per il Sì, anche se non su tutti e 5 i quesiti, diversi esponenti dem, come il costituzionalista Stefano Ceccanti, Enrico Morando, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, l’ex capogruppo Andrea Marcucci. Anche Leu non si è schierata ufficialmente, lasciando libertà di voto, ma nel partito la linea è contro i quesiti sulla giustizia.

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