Woody Allen si ritira

 

Dovevamo capirlo che Rifkin’s Festival, il suo primo film dopo lo scandalo che ha portato Hollywood a isolarlo e a condannarlo, sarebbe stato il suo testamento e, infatti, ci avevamo visto lungo. Dopo cinquanta film e una delle carriere più prolifiche e acclamate che il cinema abbia mai contempleto, con una media di un film all’anno, tutti diversi e in odore di premi, Woody Allen dice basta. Proprio così: dopo una nuova pellicola ambientata a Parigi, girata interamente in francese e della quale non sappiamo neanche il titolo, Woody Allen non tornerà più a dirigere film. Lo ha dichiarato lui stesso al quotidiano spagnolo La Vanguardia, spiegando di voler dedicare i suoi ultimi anni di vita alla scrittura, chiudendo la sua carriera con un film che lo stesso regista definisce «eccitante, drammatico, ma anche molto sinistro», molto vicino alle atmosfere di Match Point, il film che nel 2005 fece capire alla critica che Woody Allen poteva decidere di essere qualcun altro anche quando tutti erano convinti che non avrebbe mai riservato niente di nuovo.

Con suo sommo rammarico, è ormai chiaro che Allen possa trovare terreno fertile per la sua arte soltanto in Europa, il paese che prima degli altri ha riconosciuto il suo genio, correndo in massa al cinema a vedere film che in America incassavano poco e nulla, e che non gli ha voltato le spalle quando l’ombra dello scandalo è tornata ad abbattersi su di lui. Con lo scoppio del movimento #MeToo e la famosa inchiesta firmata dal figliastro Ronan Farrow che ha smascherato e distrutto la carriera di Harvey Weinstein, per Allen si sono aperte di nuovo le porte della gogna. La nuova risonanza mediatica di Farrow ha, infatti, portato l’opinione pubblica a tornare su quell’accusa che il tribunale accantonò negli anni Novanta per mancanza di prove secondo cui Allen avrebbe tentato un approccio sessuale con la figliastra Dylan: accusa più volte smentita dalle prove e dalle perizie nonostante la resistenza di Mia Farrow, attrice che in quel tempo condivideva una relazione con Allen e che, a distanza di anni, non ha mai smesso di puntare il dito contro di lui.

Visto che in America le apparenze contano più della sostanza, a Woody Allen è spettato il massimo grado di irrispettabilità che si potrebbe concedere a un artista: il suo film Un giorno di pioggia a New York è stato ritirato da Amazon Studios che lo aveva prodotto bloccandolo per diverso tempo prima che Allen decidesse di intentare causa all’azienda per 68 milioni di dollari. Una controversia che è riuscita a trovare una risoluzione in via extragiudiziale ma che non è riuscita, tuttavia, a fermare quell’onda di indignazione che ha portato decine di divi, da Timothée Chalamet che Allen ha diretto proprio in Un giorno di pioggia a New York a Kate Winslet, a prendere le distanze da un regista che ha scritto la storia del cinema grazie al suo stile, al suo umorismo e alla sua cifra legata a doppio filo alla psicanalisi e all’ebraismo. Resta che, alla fine dei giochi, Woody Allen ha ceduto: nonostante avesse detto nel corso della conferenza stampa iniziale di Rifkin’s Festival di non pensare al ritiro, il regista ha evidentemente pensato che a questo punto fosse più saggio il dietrofront, senza contare le difficoltà che continua ad affrontare per diffondere le sue opere. A proposito di niente, il suo straordinario memoir pubblicato in Italia da La nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi così come Zero Gravity, la sua quinta raccolta di pezzi umoristici, ha faticato non poco per vedere la luce negli Stati Uniti: una sorte davvero infelice per un genio che, speriamo, Hollywood si renda conto di aver tradito prima che sia troppo tardi. 

Fonte foto in copertina Flickr.com

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