AGI – Una netta e severa sconfessione dei ‘referendum’ imposti dalla Russia e dell’annessione dei territori ucraini che quel voto farsa serve a ‘legittimare’. Un’altrettanto netta affermazione del tratto unitario che il governo che verrà intende avere, dopo una campagna elettorale segnata da una “demonizzazione” che ha lasciato il segno, tanto da essere richiamata ancora a una settimana di distanza dal voto. E “con la Lega ci sentiamo continuamente, stiamo lavorando e le cose vanno bene”, assicura Giorgia Meloni uscendo da Montecitorio.

Il tutto, nel lavorio riservato proprio per metterlo in piedi quel governo, in una fase che, come sempre del resto, si colora dei tatticismi e delle discussioni che accompagnano la trattativa su chi va dove. È un doppio fronte, di quelli da far tremare le vene – e del resto lo aveva anticipato così già lei stessa, durante i comizi – quello sul quale si muove Giorgia Meloni, che si accinge a festeggiare la prima settimana dalla vittoria alle elezioni. Anzi, a non festeggiare, come ha deciso sin da subito.

Per mantenere un profilo basso, consono alla delicata fase che il Paese attraversa, e magari anche per evitare i rischi di eccessi di entusiasmo, per quanto episodici e isolati, che finissero per prestare il fianco, appunto, a quella “demonizzazione” lamentata durante le corsa alle urne, e ancora oggi.

Al massimo, l’assemblea congiunta con deputati e senatori FdI neoeletti, il 10 ottobre. Testa bassa e lavorare. Pochissime frasi con i cronisti, qualche post sui social, molti dei quali già peraltro ‘tagliati’ su un ruolo diverso da quello del ‘semplice’ leader di partito. Testa ai dossier, e però anche alla diplomazia interna con gli alleati di maggioranza. 

Guerra e energia, pressione per un’Europa non in ordine sparso sul tema del giorno, il fronte prezzo del gas, e la preparazione di un ‘trasloco’ di là da venire e, come tutti si premurano di sottolineare ogni giorno – “quando avrò l’incarico”, ha detto oggi Meloni arrivando a Montecitorio – subordinato a prerogative istituzionali circondate dal massimo rispetto, ma chiaramente da mettere già adesso in cantiere.

Paradossalmente, ma è un po’ quel che accade tutte le volte, in situazioni del genere, quel riserbo così gelosamente inseguito da Meloni ha come contraltare la presenza, sulla scena politica e nei retroscena giornalistici, di Salvini, soprattutto, e Berlusconi, e dei loro ‘colonnelli’. Chi andrà dove, e perché, nel caso, in una casella anziché un’altra. 

Meloni lavora, negli uffici del gruppo FdI alla Camera, e sostanzialmente tace, fedele a quella consegna di “responsabilità” davanti al Paese: non solo verso chi ha votato per lei e per il centrodestra ma anche verso chi ha espresso un voto diverso, o non lo ha espresso affatto.

È una fase destinata a durare fino all’incarico – certo, quando e a chi sarà affidato da Sergio Mattarella, ma i risultati del 25 settembre sono chiari – e da lì partirà un altro step, quello con le carte ufficialmente in tavola. Poi il governo della 19esima legislatura, di centrodestra come appare evidente, prenderà il via. Con tempi serrati.

Oltre ai festeggiamenti per l’affermazione elettorale salterà, di fatto, anche la tradizionale ‘luna di miele’ per tuffarsi da subito nella Legge di bilancio, nella gestione di una guerra di cui non si vede ancora la fine e delle sue ricadute su un Paese, e un’Europa, ancora alla ricerca di una ripresa consolidata dalla pandemia.

E allora non è solo per forma, mai come in questi casi anche sostanza (e tanta) che Meloni quando esce in serata da Montecitorio taglia corto: “Non c’è da parlare del governo. L’ho già spiegato stamattina. Mi occupo delle bollette. Quella è la mia priorità adesso: il tema energetico”. Un doppio fronte, con un versante che ora pressa di più. 

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