«La verità è che dire “ti amo” un tempo non mi riusciva». Cioè? «Ma sì, sembravo Fonzie quando prova a chiedere scusa». Ci ha messo 50 anni Pif a lasciarsi andare, ma alla fine ce l’ha fatta. A modo suo, dice, è pure romantico: «Vabbè, come può esserlo un disadattato». Padre di Emilia, due anni, avuta da Nabila Ben Chahed (con cui si dice abbia una relazione complicata), Pif ha appena pubblicato un nuovo romanzo, La disperata ricerca d’amore di un povero idiota (Feltrinelli). Nel libro, il protagonista Arturo Giammarresi gira il mondo a caccia dell’anima gemella seguendo le indicazioni di una app. Per conquistare le sue presunte future fidanzate, Arturo si finge agente di viaggi in Groenlandia, contradaiolo a Siena, manager di una multinazionale a Stoccolma. I risultati, ovviamente, sono tragicomici. – foto 

Quanto c’è di Pif in Arturo? «Ogni tanto mi sento un povero idiota anch’io».

Non dica così. «Sono sempre stato un diverso, la mia professoressa mi diceva che ho il pensiero laterale».

Anche in amore? «Da ragazzino il massimo della conquista per me era salutare una ragazza da lontano. A 16 anni, dopo averci pensato su dei mesi, mi buttai con una compagna di classe che mi piaceva».

Risultato? «Mi sorrise. Solo dopo mi accorsi che non guardava me, ma il figo della scuola alle mie spalle. Un’umiliazione devastante».

Un romanzo sulla ricerca dell’amore, perché? «Questa cosa dell’anima gemella mi ha sempre incuriosito. Cos’è che ti fa dire: questa persona è proprio quella giusta?».

Già, cos’è? «E chi lo sa. Magari al mondo ce n’è un’altra più gemella e tu non lo sai, oppure la persona con cui stai ha un gemello ancora più gemello, che quindi tecnicamente è un tuo concorrente. Volevo indagare la casualità dell’amore».

E cos’ha scoperto? «Che l’anima gemella non esiste. Cioè, forse esiste, ma poi funziona solo se ci metti impegno».

Una vera rivelazione. «Per me sì. In passato pensavo che se stai con una persona ci stai e basta, non è che poi devi star lì a dire o a fare chissà cosa. E invece è solo l’inizio».

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Le è successo, di dare per scontato l’amore? «Sì. Una storia importante è finita per colpa mia, non riuscivo proprio a dire “ti amo”. Mi sembrava sottinteso».

Ha imparato a dirlo, poi? «Sì. Sempre un po’ da disadattato, ma sì».

Il protagonista del libro, per piacere alle ragazze, s’inventa storie surreali. Lei che tattica usa? «Nessuna. Anzi, essere spiritoso in tv spesso ha remato contro: le donne pensavano di trovarsi uno showman anche a casa, mentre io in privato sono tutt’altro. Ma in maniera clamorosa, proprio».

Arturo si affida a una app. Sa che un sacco di gente s’innamora online? «Io non lo farei mai, ma non c’è nulla di male. La tecnologia è utile, il problema è quando ti serve per tutto, quando non ne puoi fare a meno. L’altro giorno volevo alzare la temperatura del frigorifero nuovo, l’ho aperto e cercavo la rotella, sa quella numerata da 1 a 5? Ma no, ci voleva la app».

Ha una figlia di due anni, Emilia. È vero che quando è nata ha scaricato un programma che aiuterebbe a interpretare il pianto dei neonati? «L’ho pure pagato 6 euro e 99, ovviamente non è servito a nulla. Un povero idiota, appunto».

Quanto l’ha cambiata la paternità? «Parecchio. Ho vissuto senza figli per 48 anni, diciamo che ci ho messo un po’ ad abituarmi. La prima volta che mi hanno fatto gli auguri per la festa del papà ho chiesto: “Auguri, perché”?».

E oggi? «Faccio i tripli carpiati pur di riuscire a portare Emilia al nido. E se sono via per lavoro mi lancio in videochiamate penosissime in cui di solito lei guarda da tutt’altra parte».

Ha detto: «Vorrei che mia figlia avesse il mio accento». Le parla in palermitano? «Non ho speranze: sua madre Nabila è mezza tunisina e mezza torinese, viviamo a Roma. Il rischio un giorno di sentirmi chiamare “Aò, papà…” è consistente».

Che cosa vorrebbe che prendesse Emilia da lei? «Il coraggio di metterci la faccia».

In cosa preferirebbe che non le somigliasse? «Nella timidezza. Si fa una fatica immonda a essere timidi».

È diventato padre, ma non si è mai sposato. Pensa ancora che il matrimonio sia una cosa noiosa? «Penso che dovrebbe essere una cosa conclusiva, non è che sei all’inizio e dici “ce l’abbiamo fatta”, prima devi farcela. È la ciliegina sulla torta».

E come la vorrebbe, questa torta? «Se solo penso alla cerimonia e agli invitati mi sento male… Casomai si può fare con due testimoni e via?».

Fiamma Tinelli

 

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