Dalla morte di suo figlio nel 2012 in un incidente di montagna in Alto Adige, Claudio Campiti, l’uomo fermato questa mattina per la strage di Roma, non era stato più lo stesso. Nelle zone del Reatino dove abitava la storia era nota. Ma nessuno avrebbe potuto immaginare che quell’uomo spezzato, il suo crescendo di rabbia, disperazione e paranoia nei confronti del Consorzio dove viveva in condizioni “al limite” sarebbe culminato in un delitto atroce, che ha distrutto tre vite.

Suo figlio Romano aveva solo 14 anni quando si è schiantato in slittino sulla pista di Croda Rossa a Sesto Pusteria, in provincia di Bolzano, e lui aveva dedicato gli anni successivi a seguire l’iter giudiziario, udienza per udienza, sempre lì, convinto che quella pista fosse troppo pericolosa per un ragazzo inesperto. Furono condannati in primo e secondo grado, tra il 2016 e il 2017, un maestro di sci e due responsabili dell’impianto; per la famiglia 240 mila euro di risarcimento. La giustizia si era pronunciata. Ma lui non si dava pace. Aveva questa casa, però, nel Consorzio Valleverde, incastonato tra Ascrea e Rocca Sinibalda, in provincia di Rieti, su una collina che guarda il lago del Turano. Ma Campiti non se la passava bene a livello economico. “Pretendeva – racconta il sindaco di Rocca Stefano Micheli – di rendere abitabile lo scantinato di un palazzo in costruzione di cui c’era solo lo scheletro. Non si poteva fare, ma lui ci viveva”. Mancava l’allaccio alle fognature, e il Comune di Ascrea, dice il sindaco Riccardo Nini, aveva anche provato ad aiutarlo con dei fondi. Ma i soldi sono tornati in Municipio.

“Non sono certo se avesse un lavoro o no. Gli era rimasta la proprietà di questo scantinato – aggiunge il sindaco di Rocca – era molto legato a questa abitazione, e credo che per lui fosse l’unica cosa che aveva”. La sua ossessione era che gli fosse tolta da quel Consorzio che via via era diventato il suo nemico. Sullo scheletro dell’edificio aveva appeso lo striscione ‘Consorzio Raus’. E aveva aperto un blog, in cui denunciava, con toni deliranti, i soprusi che riteneva di subire: “Benvenuti all’inferno – scriveva in un lunghissimo post del 2 novembre 2021 – qui con il Codice penale lo Stato ci va al cesso, denunciare è tempo perso, so’ tutti ladri”. Peggio, “mafiosi”: un'”associazione a delinquere” di cui facevano parte persino i Comuni, la prefettura e la procura di Rieti perché “hanno legalizzato il pagamento del pizzo esigendo le quote consortili”. “Al presente – scriveva ancora – non vedono più un euro da me” ma “se non paghi ti fanno scrivere dall’avvocato per avvertirti che hanno cominciato le pratiche per espropriarti della tua proprietà” ma “a loro, più che i soldi, interessa la tua complicità ricattandoti. Già dicono: al Campiti la casa gliela leviamo”. ‘Loro’, i membri del Consorzio. Ne ha per tutti, sul blog. La presidente è una “strega sotto spoglie di brava nonnina”, un’altra donna è “un mastino napoletano nano”. Dice di essere stato denunciato per diffamazione, lui si augura un processo, “una bella medaglia”.

I membri del consorzio riferiscono di averlo denunciato più volte per minacce, l’estate scorsa se l’era presa con dei bambini. Lui intanto scrive molto, alle istituzioni. Viene avvistato in auto, avanti e indietro verso Rieti sulla provinciale. Sul suo profilo Facebook, tra le foto spensierate di qualche anno fa di gite a Roma o agli scavi di Villa Adriana, cagnolini, gatti e sorrisi all’obiettivo, appaiono foto di soldatini di Hitler e Mussolini, una medaglia col fascio littorio e il motto ‘Molti nemici molto onore’. Il Consorzio, con le sue regole, scriverà sul blog, sembra “un campo di concentramento”. Scrive di aver subito danni alla scatola dell’elettricità, alla cassetta della posta. Persino minacce di “schioppettate” per chi non rispetta le regole del Consorzio: “Mi stanno tenendo senza pubblica illuminazione, si sa, al buio si vede meno e si può sparare in tranquillità”. Il grilletto, alla fine, lo ha premuto lui. 

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