AGI – “Modifica all’articolo 12 della legge 19 febbraio 2004, n.40, in materia di perseguibilità del reato di surrogazione di maternità commesso all’estero da cittadino italiano”. Fratelli d’Italia con le firme della senatrice e sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti e del capogruppo al Senato Lucio Malan ha ripresentato a palazzo Madama il disegno di legge contro la maternità surrogata.

Nella scorsa legislatura, ad aprile, la Commissione Giustizia della Camera aveva adottato il testo base della legge che propone di perseguire la maternità surrogata come reato universale, anche se commesso all’estero.

Come testo base era stato adottato quello di Giorgia Meloni abbinato alla Pdl di Mara Carfagna, FI e Lega avevano votato con Fratelli d’Italia, il Movimento 5 stelle e il Pd contro. Il 27 gennaio si è tenuto, tra l’altro, a Palazzo Chigi la seconda seduta plenaria del nuovo Comitato Nazionale per la Bioetica presieduto dal professor Angelo Luigi Vescovi che ha deciso di aprire un tavolo anche sulla maternità surrogata.

La maternità surrogata in Italia è vietata, la pena per chi viola la legge prevede la reclusione da 3 mesi a 2 anni e la multa da 600.000 a un milione di euro. Così come nel testo Meloni, anche nel ddl Rauti-Malan si sottolinea che “le pene si applicano anche se il fatto è commesso all’estero”.

I riflettori sono accesi su quei Paesi, sia europei sia extraeuropei, come India e Stati Uniti d’America, dove la pratica della maternità surrogata viene considerata legale. Dando luogo in questi anni – si legge nella premessa della ddl – “alla diffusione del cosiddetto turismo procreativo, cioè di quel fenomeno per cui coppie italiane che non possono avere figli si avvalgono della tecnica della surrogazione di maternità in un Paese estero in cui la stessa è consentita”.

“Le pratiche della surrogazione di maternità costituiscono un esempio esecrabile di commercializzazione del corpo femminile e degli stessi bambini che nascono attraverso tali pratiche, che sono trattati alla stregua di merci”, si rimarca nel disegno di legge.

 “Ciononostante, il ricorso a queste pratiche è in vertiginoso aumento e la maternità surrogata sta diventando un vero e proprio business che, tanto per fare un esempio, in India vale oltre 2 miliardi di dollari l’anno”, sottolineano i due senatori di Fdi. In India, in particolar modo “le ‘volontarie, reclutate nelle zone più povere, ‘producono più di millecinquecento bambini all’anno per assecondare la domanda che viene dall’estero, attirata dai prezzi bassi, ‘appena 25.000/30.000 dollari rispetto ai 50.000 che si spendono negli Stati Uniti d’America.

In India, le volontarie che entrano nel circuito legale delle cliniche per la maternità surrogata guadagnano tra gli 8.000 e i 9.000 dollari a gestazione, una cifra che corrisponde a dieci anni di lavoro di un operaio non specializzato, mentre quelle che ne rimangono al di fuori sono reclutate da veri e propri ‘scout’, attivi nelle zone più povere, sono pagate molto meno – da 3.000 a 5.000 dollari – e sono costrette a firmare dei contratti che non prevedono alcun supporto medico post-parto”.

Anche negli Stati Uniti d’America “il business della maternità surrogata sta aumentando a ritmo esponenziale, con un numero di nascite superiore a duemila ogni anno, rispetto alle quali addirittura si dà agli aspiranti genitori la possibilità di scegliere alcune caratteristiche base del nascituro”, fanno notare Rauti e Malan. Si tratta “di un banale mercimonio di madri e di bambini”, da qui la necessità “di condannare la diffusione di tali pratiche”. “Negli ultimi anni i giudici italiani hanno dovuto confrontarsi con il fenomeno del ricorso alla maternità surrogata all’estero”, rimarcano gli esponenti di Fdi.

Ed ancora: “Appare evidente come non sia più possibile lasciare i tribunali soli davanti alle problematiche che sempre più spesso si stanno determinando a causa del ricorso da parte di cittadini italiani a pratiche di surrogazione di maternità effettuate all’estero, e quanto sia opportuno che la normativa nazionale sanzioni simili pratiche, esattamente come sono sanzionate se commesse in Italia, con ciò ribadendo in modo chiaro la nostra contrarietà allo sfruttamento e alla commercializzazione di fatto di donne e di bambini”.

L’obiettivo, dunque, è colmare “un vuoto normativo”, introducendo “la punibilità del reato anche quando lo stesso sia stato commesso in un Paese straniero”. 

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