Il processo al termine del quale Silvio Berlusconi è stato assolto è nato da un terzo filone dell’ormai nota, in tutto il mondo, inchiesta sul caso Ruby, che prese il via dopo la famosa notte in Questura tra il 27 e il 28 maggio 2010, quando Karima El Mahroug, di origini marocchine, non ancora 18enne e che si faceva chiamare ‘Ruby Rubacuori’, venne fermata per un furto.

Il Cavaliere, che si trovava a Parigi, telefonò al capo di gabinetto Pietro Ostuni, spiegandogli che la ragazza gli era stata indicata come “nipote del presidente egiziano Mubarak” e che sarebbe arrivata Nicole Minetti, all’epoca consigliere regionale, per prenderla in affido. Cosa che avvenne, nonostante il pm dei minori avesse disposto il suo collocamento in una comunità. Pochi giorni dopo, però, la giovane, ricoverata in ospedale a causa di una lite, finì davvero in una struttura protetta. Da lì partirono le indagini della Procura di Milano che, dopo aver ascoltato più volte a verbale la 17enne che in quel periodo si prostituiva, scoprì le serate del “bunga-bunga” ad Arcore. Serate alle quali Karima aveva partecipato con una lunga lista di giovani, poi ribattezzate ‘olgettine’ perché alcune di loro erano state sistemate dall’allora premier in appartamenti di via Olgettina, non lontano da Milano 2.

Per questa prima tranche dell’inchiesta, in cui era accusato di concussione e prostituzione minorile, Berlusconi fu condannato in primo grado a 7 anni (in aula c’era Ilda Boccassini e storica fu la loro la stretta di mano) e poi assolto in appello e in Cassazione otto anni fa. Non fece pressioni sulla Questura e non sapeva che la ragazza fosse minorenne, spiegarono i giudici. Proprio nel 2015 sempre la Procura milanese, con l’aggiunto Tiziana Siciliano e il pm Luca Gaglio, chiuse il filone ter scaturito dalle motivazioni delle sentenze di primo grado del Ruby e del Ruby bis. Quest’ultimo a carico di Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti, accusati di aver procurato e gestito il giro delle giovani ospiti alle nottate “scollacciate” di Villa San Martino e condannati in via definitiva. Sono, queste, le uniche condanne che hanno retto nei processi Ruby.

Secondo i giudici dei due processi, gran parte delle giovani, 21 in tutto Karima compresa, avevano reso false testimonianze portando in aula la versione fotocopia delle “cene eleganti” e sarebbero state stipendiate dal leader ‘azzurro’ con bonifici da 2.500 euro al mese, altri versamenti, contratti tv, case e macchine. Dieci milioni di euro in totale, per l’accusa, per comprare il loro silenzio, di cui 5 per Ruby che, hanno ricostruito i pm, spendeva “centinaia di migliaia di euro, Più di così c’era solo da buttare i soldi dalla finestra”. Negli atti il pressing delle altre ex showgirl: “Domani butto giù il cancello di Arcore, vado a rubargli una macchina al vecchio”.

Si arrivò a processo nel gennaio 2017, ma prima dell’inizio del dibattimento passarono mesi in attesa di alcuni filoni che furono ritrasmessi a Milano. E ci furono diversi stop and go legati al Covid e agli impedimenti per motivi di salute del Cavaliere. Due tranche sono rimaste a Roma (era imputato con l’amico e cantante Mariano Apicella) e Siena (assieme al pianista di Arcore): due assoluzioni anche là, di cui l’ultima nella Capitale lo scorso novembre.

A fine maggio scorso a Milano, intanto, sono arrivate le richieste di condanna per 28 dei 29 imputati, tra cui quella a 6 anni per Berlusconi. Respinta al mittente dalla difesa, per la quale l’ex premier fu solo “generoso” con ragazze dalla vita “distrutta”, che anzi in certi casi avrebbero tentato pure di ricattarlo. A ottobre Karima, dopo più di dieci anni, si presentò di nuovo in aula per riprendersi la sua “vita”, disse ai cronisti, e uscire “dall’incubo”. Stamani la raffica di assoluzioni e l’occasione per lei di annunciare di aver scritto un libro sulla sua storia, che presenterà domani.
   

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