
(ANSA) – BUENOS AIRES, 06 MAR – Con una messa in scena
monumentale e di impatto assoluto di “Resurrezione”, capolavoro
del drammaturgo italiano Romeo Castellucci ideato sulle note
della 2da sinfonia di Gustav Mahler, prenderà il via domani a
Buenos Aires la stagione “Divina Italia” del prestigioso Teatro
Colon, un programma ambizioso ed inedito nato dalla cooperazione
con l’Ambasciata d’Italia e l’Istituto Italiano di Cultura
(Iic).
Un allestimento, quello di Buenos Aires, che così come quello
originale del debutto nel festival di Aix en Provence nel 2021,
promette di non lasciare indifferente il pubblico. La messa
in scena dell’opera che punta a far riflettere sulle atrocità
così come sulla capacità di redenzione e resurrezione
dell’umanità, è dominata dal maestoso palcoscenico di 50 metri
per 25 riempito con 600 tonnellate di terra e fango destinato a
rappresentare una gigantesca fossa comune. L’allestimento
ha richiesto uno spazio più ampio e diverso da quello dello
storico teatro emblema della capitale argentina, e la scelta di
Castellucci è caduta su un immenso capannone delle installazioni
della Sociedad Rural, nel quartiere di Palermo. Qui, sotto gli occhi attenti del direttore del Colon, Jorge
Telerman, e del regista Filippo Ferraresi (che sostituisce
Castellucci impegnato a Berlino in un altro allestimento), da
oltre due settimane sono all’opera 500 tecnici, e provano
quotidianamente circa 200 tra musicisti, cantanti e attori. “Con la sua arte, la sua storia e le sue produzioni l’Italia ha
la capacità di illuminare e dare risposte alle grandi questioni
che si pone l’umanità, di dare un senso alla nostra esistenza”,
afferma il direttore del Colon, che ha scelto “Resurrezione”
anche in omaggio alla ricorrenza dei 40 anni dal ritorno della
democrazia che si celebra quest’anno in Argentina. In questo senso la sensazione che si ha al termine della
rappresentazione di Resurrezione è quella di aver assistito
all’equivalente teatrale di un “Nunca Mas”, l’invocazione di
un’intera società di fronte alla scoperta dei crimini perpetrati
dalla dittatura militare. Un grido nato in Argentina ma
diventato poi simbolo universale della difesa dei diritti umani.
(ANSA).
