I politici fanno a gara per prometterne uno entro l’anno, ma le aziende farmaceutiche invocano prudenza: l’illusione è una pandemia peggiore di qualsiasi virus

La notizia ha subito fatto il giro del mondo e messo in agitazione i mercati: AstraZeneca è stata costretta a sospendere la sperimentazione sul vaccino contro la Covid-19 a causa di una grave reazione avversa sviluppata da un volontario britannico. Lo sgomento è comprensibile considerato che il vaccino sviluppato dal colosso farmaceutico anglo-svedese, in collaborazione con l’Università di Oxford, era considerato tra i più promettenti. E ancor di più se si pensa che appena una settimana fa il ministro della Salute Roberto Speranza (nomen omen) si era lasciato andare all’ottimismo, annunciando che, se tutto fosse filato liscio, l’Italia avrebbe potuto ricevere i primi due milioni di dosi del vaccino di AstraZeneca entro fine anno.

È possibile che si tratti solo di un falso allarme – non è detto che i disturbi riscontrati nel volontario britannico siano stati causati dall’inoculazione del vaccino; la sospensione dei test serve appunto ad appurare cosa sia effettivamente successo – e che dunque la sperimentazione di AstraZeneca possa riprendere. È ovviamente quel che ci auguriamo, anche se a questo punto un ritardo sulla tabella di marcia (si parla di qualche settimana o forse alcuni mesi) sembra inevitabile. D’altro canto, non è affatto anomalo che durante una sperimentazione clinica emergano reazioni avverse che impongono approfondimenti. Ma questo stop improvviso dovrebbe suonare anche come un richiamo alla realtà: nessuno può dare per scontato che la sperimentazione avrà successo, né che il vaccino si riveli abbastanza efficace da consentirci di lasciarci alle spalle la pandemia. Tutta questa fretta rischia solo di generare false speranze. O peggio, di forzare la mano ai ricercatori, con il pericolo di mettere sul mercato un vaccino non abbastanza sicuro.

Il fatto è che la corsa al vaccino è diventata un affare di Stato, con le superpotenze mondiali impegnate in una competizione che rievoca la corsa allo spazio della guerra fredda. La pressione sui laboratori di ricerca è tale da minacciare persino l’integrità della sperimentazione clinica. Negli Stati Uniti, di fronte alle spudorate promesse del presidente Donald Trump di avere un vaccino pronto entro novembre, nove colossi della farmaceutica si sono visti costretti a rilasciare una solenne dichiarazione congiunta in cui ribadiscono che non accetteranno forzature o accelerazioni nella sperimentazione che vadano a scapito degli standard etici, dei principi scientifici e della sicurezza pubblica.

Strano mondo quello in cui è Big Pharma, anziché i governi, a invocare prudenza. D’altro canto, se qualcosa dovesse andare storto con il vaccino anti-Covid, sarebbe un colpo mortale per la reputazione delle aziende coinvolte, che potrebbe portare anche il fallimento. Peggio ancora, se finisse sul mercato un vaccino non sicuro, la fiducia nelle vaccinazioni subirebbe un tracollo irreparabile, con danni per la salute globale incalcolabili.
E allora c’è bisogno di calma e gesso. Tanto più che è proprio nella cosiddetta “fase 3” della sperimentazione clinica – in cui si trova anche il vaccino di AstraZeneca insieme a una decina di altri candidati – che il gioco si fa duro, quando i vaccini sono messi alla prova su decine di migliaia di volontari e i rischi che qualcosa non funzioni si moltiplicano, tant’è che di norma sono più i fallimenti dei successi.

Nei giorni scorsi il presidente del Wellcom Trust, Jeremy Farrar, aveva esortato i politici a non ingenerare false speranze, perché se pure un vaccino funzionasse, questo non significherebbe tornare alla vita di prima da un giorno all’altro: l’efficacia potrebbe essere parziale, variare con l’età, richiedere più dosi, garantire l’immunità solo per un tempo limitato o mostrare effetti collaterali rari anche quando è già sul mercato. Insomma, il vaccino resta uno strumento cruciale per gestire la pandemia, ma non è un “proiettile magico” capace di risolvere tutto d’incanto. E quando si tratta di salute pubblica, bisognerebbe andarci con i piedi di piombo. Forse non tutto il male vien per nuocere: speriamo che questa battuta di arresto del vaccino di AstraZeneca porti almeno a un salutare bagno di umiltà e prudenza: ne abbiamo bisogno quasi quanto il vaccino.

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