L’audizione dei tre colossi al Senato degli Stati Uniti si è trasformata in un processo da parte dei conservatori sul caso dell’articolo del New York Post sul figlio di Biden

Le app di Facebook, Twitter e Google (foto di Volkan Furuncu/Anadolu Agency/Getty Images)
Le app di Facebook, Twitter e Google (foto di Volkan Furuncu/Anadolu Agency/Getty Images)

Nuova audizione per i giganti tecnologici. Il 28 ottobre gli amministratori delegati di Facebook, Google e Twitter sono stati ascoltati dalla commissione Commercio del Senato degli Stati Uniti in merito alla Sezione 230 del Communications Decency Act, la legge che solleva le società del web dalla responsabilità legale dei contenuti pubblicati dagli utenti. E con le elezioni alle porte la seduta ha assunto i tratti di un vero e proprio atto d’accusa della compagine dei conservatori.

Il caso New York Post

È subito stato evidente il carattere politico dell’audizione, dato che i senatori repubblicani hanno chiesto conto in particolare al patron di Facebook, Mark Zuckerberg, e a quello di Twitter, Jack Dorsey, della decisione di bloccare la diffusione di un articolo del New York Post – di cui parte dei contenuti sono stati poi smentiti da altri importanti quotidiani come il New York Times e il Washington Post– in cui erano contenute rivelazioni su affari personali dei familiari di Joe Biden, sfidante democratico di Donald Trump alle prossime elezioni che si terranno martedì 3 novembre. Secondo i senatori repubblicani il comportamento dei social in questa e in altre vicende costituisce una violazione della libertà di espressione a discapito delle posizioni conservatrici.

Nella faccenda, inoltre, Twitter era anche intervenuta bloccando l’account della portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany, e questo ha ulteriormente acuito l’astio dei repubblicani verso le posizioni sostenute dagli amministratori delegati delle piattaforme sotto accusa.

Il braccio di ferro con la Casa Bianca

A maggio il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che mira a limitare di fatto la protezione legale di cui godono le piattaforme social equiparandole a editori e quindi rendendole responsabili direttamente dei contenuti che diffondono. Anche in quel caso a far scattare la decisione era stata proprio la polemica tra il presidente statunitense e Twitter, accusata di limitare la libertà di parola perché aveva segnalato inesattezze in alcuni tweet postati da Trump riguardo al voto per corrispondenza.

I senatori democratici, dal canto loro, sono intervenuti nel dibattimento soprattutto chiedendo una revisione della sezione 230 per arginare il fenomeno della diffusione di fake news, della disinformazione sui social network e dell’estremismo. Punti su cui gli amministratori delegati hanno espresso la massima disponibilità a collaborare anche mostrando di aver già preso delle contromisure, come per esempio le iniziative messe in campo da Facebook per bloccare pubblicità e post in vista dell’imminente tornata elettorale, oppure la partnership tra Google e l’Associated Press per il controllo delle notizie diffuse dalle sue piattaforme.

Nel complesso, la posizione dei manager delle compagnie è comunque compatta nel difendere l’attuale tutela legale garantita dalla legge sulla responsabilità dei contenuti pubblicati, una garanzia che, secondo l’amministratore delegato di Google Sundar Pichai, “è stata fondamentale per la leadership statunitense nel settore tecnologico”. Ad ogni modo, l’ordine esecutivo non è volto alla rimozione della Sezione 230, ma chiede che il dipartimento del Commercio e il segretario alla Giustizia, William Barr, propongano una modifica o una diversa interpretazione della legge alla Federal Communications Commission (Fcc).

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