neuroni decisioni
(Credits immagine: Caleb Jones on Unsplash)

Votare Biden o Trump? Investire nell’immobiliare o nell’arte? Mangiare la frutta o il gelato? Ogni giorno, ogni ora, più o meno consciamente, la vita ci pone di fronte a delle scelte. E il nostro cervello si trova, spesso nell’arco di pochi millisecondi, a dover soppesare le opzioni disponibili, valutare qual è la migliore e prendere una decisione di conseguenza. La questione è stata oggetto di diversi studi nel campo delle neuroscienze: dopo anni di ricerca, sappiamo con certezza che esistono dei particolari insiemi di neuroni nel cervello che si attivano ogni qual volta dobbiamo prendere una decisione. Ma non solo: più allettante è l’offerta che abbiamo davanti, più l’attivazione dei neuroni è marcata e veloce. Oggi, uno studio appena pubblicato su Nature da parte di un’équipe di scienziati della Washington University School of Medicine in St. Louis, coordinati dal neuroscienziato italiano Camillo Padoa-Schioppa, ha fatto un ulteriore passo in avanti, mostrando che è addirittura possibile modificare artatamente l’attivazione dei neuroni responsabili delle decisioni e quindi influenzare significativamente il processo di scelta.

Dal valore alla decisione

Anzitutto, un po’ di storia. Già nel diciottesimo secolo gli economisti Daniel Bernoulli, Adam Smith e Jeremy Bentham avevano ipotizzato che a monte di ogni scelta ci fosse un processo di attribuzione di un valore a ciascuna opzione, che tiene in considerazione fattori come quantità, qualità, costo e probabilità di effettivo ottenimento della scelta. Facciamo un esempio concreto: quando ci troviamo a scegliere tra mangiare un piatto di pasta e un piatto di riso, il nostro cervello calcola e attribuisce delle valutazioni, dei “valori”, a ciascuna delle due possibilità. Tali valori sono naturalmente dipendenti, a loro volta, da un insieme complesso di fattori: il gusto personale, per esempio – potremmo preferire il sapore del riso a quello della pasta –, ma anche il contesto sociale, ossia le scelte degli altri, lo status fisico e psicologico del momento e molto altro. In ogni caso, dopo aver effettuato questa valutazione, il cervello confronta tali valori e ci spinge a compiere la scelta che li massimizza. Un’ipotesi indubbiamente molto ragionevole, rimasta però indimostrata fino al 2006, quando l’équipe di Padoa-Schioppa è riuscita finalmente a confermarla, identificando nella corteccia orbitofrontale del cervello di scimmie i neuroni responsabili della “rappresentazione” dei valori. “Sostanzialmente”, ci spiega lo scienziato, “abbiamo scoperto che esistono dei neuroni che codificano il valore economico delle opzioni che abbiamo a disposizione quando dobbiamo compiere una scelta. Quello che abbiamo misurato, in particolare, è l’esistenza di una relazione lineare tra l’attività dei neuroni e il valore soggettivo dei beni offerti. Abbiamo mostrato alle scimmie due diversi succhi di frutta (alla pera e all’arancia) e osservato che i neuroni della corteccia orbitofrontale si attivano in modo diverso a seconda della quantità relativa dei due succhi”. Il che conferma, una volta per tutte, che i nostri valori (o per lo meno quelli delle scimmie, ma è molto probabile che valga lo stesso anche per gli esseri umani) sono codificati dall’attività neuronale di una specifica area del cervello.

Alla ricerca della causalità

Il risultato del 2006, per quanto importante, lasciava però ancora senza risposta una domanda fondamentale, quella relativa all’effettiva esistenza di un rapporto di causalità tra valore e scelta. Ovvero: assodata l’esistenza di un meccanismo in virtù del quale il cervello valuta e attribuisce dei valori, si può dire con certezza che questo meccanismo sia responsabile delle scelte che prendiamo? È proprio questa la questione affrontata (e risolta) nel lavoro appena pubblicato, ed è sempre Padoa-Schioppa a raccontarcelo: “I valori codificati dai neuroni, in linea di massima, potrebbero essere responsabili di qualsiasi tipo di comportamento, non solo delle scelte: pensiamo per esempio all’apprendimento, alle emozioni, all’attenzione, al controllo motorio”.

Per capire se esistesse un rapporto di causa-effetto tra valori e scelte, gli scienziati sono tornati a osservare le scimmie, presentando loro diverse bevande (i soliti succhi di pera e d’arancia, oltre a limonata, succo di mela, di anguria, di ciliegie, di kiwi, acqua e altro), in diverse quantità, e registrando la loro reazione e le loro scelte. Ne è venuto fuori un pattern di comportamento piuttosto complesso: le scimmie mostravano di preferire un particolare gusto, ma essendo un po’ assetate, spesso sceglievano la bevanda offerta in quantità maggiore anche se non corrispondeva al sapore che preferivano. Successivamente, i ricercatori hanno inserito dei piccoli elettrodi nella corteccia orbitofrontale delle scimmie, in grado di stimolare elettricamente (senza che gli animali provassero dolore) e selettivamente i neuroni che rappresentavano il valore di ciascuna opzione. Variando questa stimolazione, e qui sta il risultato più sorprendente, gli scienziati sono riusciti a cambiare, di fatto, il valore attribuito a ciascuna scelta. E hanno osservato che effettivamente le scimmie, dopo questa stimolazione, tendevano a cambiare le proprie scelte in modo predicibile rispetto alla stimolazione stessa.

E gli esseri umani? “Per quanto riguarda questo tipo di scelte”, dice ancora Padoa-Schioppa, “sembra che il cervello umano sia molto simile a quello delle scimmie. Pensiamo che questo circuito neurale sia responsabile di tutti i tipi di scelta, che si tratti di pietanze sul menu di un ristorante, investimenti finanziari o preferenze elettorali. Perfino decisioni più importanti, come quale carriera intraprendere o quale persona sposare, usano probabilmente questo circuito: ogni volta che una scelta si basa su preferenze soggettive, questi neuroni ne sono responsabili”. Un passo successivo, ora, potrebbe essere quello di risalire ancora più a monte, indagando come e perché il cervello attribuisce un valore piuttosto che un altro: “Certamente alla base del calcolo e dell’attribuzione dei valori”, conclude Padoa-Schioppa, “c’è un mix di fattori, di contesto e di esperienza. Ancora non sappiamo di preciso, però, come venga costruito il valore. È quello su cui ci concentreremo nei prossimi studi”.

Riferimenti: Nature

Credits immagine di copertina: Caleb Jones on Unsplash

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