Come progettare una nuova salute, umana e globale? Insieme. Questo è stato il punto di partenza dell’iniziativa La Salute in Movimento. Un progetto promosso congiuntamente da Novartis Italia e Culture

di Felicia Pelagalli, ceo di Culture
La nascita di un nuovo progetto è sempre molto impegnativa, ma anche entusiasmante. C’è l’energia creativa che ispira, dando forma al pensiero e a nuove iniziative. Il sociologo Francesco Alberoni parla di “stato nascente”: momento in cui un gruppo di persone, accomunate da speranze comuni, si unisce per creare una forza nuova, un movimento collettivo. Il progetto sociale La salute in Movimento racchiude nel nome il suo intento: dare impulso alla trasformazione dell’ecosistema salute, muovere e nello stesso tempo aggregare persone, istituzioni, associazioni, imprese, intorno a un progetto comune, tendere. E un progetto aperto non poteva che partire da un colloquio: per questo, il primo passo del percorso sono stati gli Health Talk, incontri che hanno coinvolto figure di primo piano del dibattito pubblico, dedicati alle sei parole chiave che accompagnano il sistema salute nella gestione delle sfide del XXI secolo: visione, governance, competenza, intelligenza, umanità, relazione.
Sin dai primi incontri è chiaramente emerso come una delle sfide principali sia quella di lavorare per la transizione da sanità a salute; da un ambito circoscritto, che interessa una porzione limitata della vita individuale e sociale, a un concetto più ampio di benessere, che abbracci le fasi fisiologiche oltre a quelle patologiche, e che più in generale riguardi tutti gli aspetti dell’esistenza umana. La salute non come assenza di malattia, ma processo evolutivo di ben-essere fisico, psichico e sociale. Una simile transizione è la precondizione per superare lo iato denunciato da Walter Ricciardi, tra l’interesse che il tema della salute riveste comunemente da parte delle persone e quello che invece riscuote quando le stesse persone sono affette da disturbi: uno iato che si riflette nel divario tra la gestione ordinaria delle questioni sanitarie e la gestione emergenziale, come quella che stiamo vivendo proprio in questo momento di pandemia. Alla dicotomia tra sanità e salute è riconducibile la scarsa attenzione riservata, tra l’altro, all’investimento in prevenzione, per sua natura alieno dalla necessità immediata: e invece, come sostiene Luciano Floridi, dovremmo progettare le nostre scelte, in particolare quelle sanitarie, come se quelli che in futuro ne pagheranno il costo votassero già oggi – o per dirla diversamente, chi si caricherà dei costi e dei benefici delle nostre decisioni dovrebbe essere considerato come se avesse l’opportunità di essere ascoltato in questo stesso momento. Gli stessi fondi previsti dal programma Next Generation EU, ha sottolineato Antonio Gaudioso, vanno considerati un prestito che ci viene accordato dalle prossime generazioni: il che richiama tutti a una maggior responsabilità sociale. Di prestito dalle generazioni future ha parlato anche Giovanna Melandri, invitando a considerare il debito come un investimento, e a valutarlo non solo in termini di rischio, e di rendimento, ma anche di impatto: ragionando sugli effetti positivi e misurabili, non solo per la società, ma per la specie umana in rapporto alle altre specie e più in generale per l’ambiente.
La salute è indubbiamente una questione di sostenibilità, sia nel tempo – pensando a chi verrà dopo di noi – che nello spazio – avendo in mente la società nella sua interezza, come reticolo di relazioni, Mauro Magatti ha insistito sulla necessità, al terzo shock globale della pandemia dopo le Torri Gemelle e la crisi economica del 2008, di affrontare i tanti problemi prodotti dal paradigma iper-individualistico che ha caratterizzato il nostro mondo almeno a partire dagli anni ’70. Nessuna crisi consente di tornare al punto di partenza, e sarà lo stesso anche per quella che stiamo vivendo, che ci sollecita nuovi modi di essere e di fare. Per questo è necessario affrontarla in una dimensione corale, come ha suggerito Pasquale Frega, passando dalla prospettiva di un problema individuale a quello di una vera e propria “socializzazione”, con l’obiettivo di fare in modo, per dirla ancora con Floridi, che nessuno sia più lasciato indietro. Tra chi è finora stato lasciato indietro – soprattutto in occasione della pandemia – si contano soprattutto gli anziani, i custodi della nostra memoria: monsignor Vincenzo Paglia ha parlato della loro testimonianza, del magistero della loro fragilità e dell’inaccettabilità di soluzioni come quelle dell’abbandono nelle Rsa, ultima spiaggia per una società incapace di accoglierli. L’invecchiamento diffuso della popolazione ha palesemente messo sotto stress un sistema della salute basato su un modello ospedalocentrico, incapace di gestire cronicità ed emergenze sanitarie. Come ha sottolineato Francesco Blasi, la mancanza di un filtro tra territorio e ospedali in occasione della pandemia ha generato grandi difficoltà: anche per questo, il sistema salute va ripensato a partire dalla prossimità, rivalutando il contributo degli attori territoriali in collaborazione con la medicina generale e gli ospedali. La governance del sistema, per Gaudioso, va ridisegnata a partire dai bisogni delle persone, e in modo che possa rendere conto alle persone stesse della sua qualità e della sua affidabilità. Tutte le componenti in quest’ottica sono coinvolte: farmacisti di comunità, riabilitatori, psicologi, ma anche amministratori della sanità e addetti all’assistenza domiciliare.
Avvicinare la salute alle persone significa imparare a comunicare solo con gli occhi, in situazioni estreme nelle quali – secondo l’esperienza di Francesco Blasi – operatori sanitari e pazienti sono divisi da tutto, tranne che dal contatto visivo. Ma significa anche lavorare per personalizzare il più possibile le terapie, con l’ausilio di dati e informazioni raccolti e analizzati con costanza, resi disponibili capillarmente in forma aggregata; e allo stesso tempo accelerare verso le forme diagnostiche e terapeutiche avanzate, consentite dalla diffusione dei dispositivi connessi. In un sistema che abbraccia la completezza della vita e della salute, la connected care – come hanno sottolineato Frega e Floridi – deve cessare di essere mera opportunità commerciale e di sfruttamento dei dati personali per diventare conversazione di cura. L’utilizzo delle tecnologie può condurre a risultati decisivi: l’impiego dell’Ai per la formulazione dei vaccini anticoronavirus o per il riposizionamento di farmaci a scopo terapeutico per il trattamento del Covid, citati da Marco Simoni, o gli applicativi a uso ospedaliero per l’analisi delle immagini o del dato genomico, di cui ha parlato Giorgio Metta, ne sono un esempio. Non va dimenticato, tuttavia, che scienza e tecnologia, hanno ribadito Metta e Simoni, hanno tempi lunghi; e che, in particolare per quanto riguarda l’Ai, è ancora necessario lavorare intensamente per implementare nei sistemi i principi di convivenza civile e sociale ed eliminare i bias che li accompagnano, rendendo l’etica una parte integrante del processo di sviluppo; questo perché l’intelligenza artificiale, come ha affermato Francesca Rossi, non va pensata come una forma alternativa di intelligenza, ma come un supporto decisionale.
La diffusione e l’impiego delle tecnologie porta con sé la necessità di conoscenze digitali: con questa realtà stanno facendo i conti le università che, come Humanitas, hanno progettato corsi di laurea in cui le due componenti (medicina e bioingegneria) sono pienamente integrate sin dall’inizio: li stanno facendo anche le aziende che, come ha spiegato Gaia Simonetta Panina, promuovono programmi per la consapevolezza scientifica aperti a tutti i cittadini, come People in Science; li dovranno necessariamente fare i clinici, gli infermieri e tutti gli operatori del settore sanitario che si trovano ad affrontare l’introduzione della telemedicina, la complessità della gestione dei dati, la pratica delle piattaforme online attraverso le quali in questo difficile momento transita obbligatoriamente ogni contatto con i pazienti. Per essere efficace, in altri termini, la competenza deve essere diffusa: diffusa, ma anche effettiva, nell’epoca dell’orizzontalità della comunicazione, al quale bisogna fare fronte a tutti i livelli – universitario, professionale, culturale. Marco Montorsi sottolinea il valore del metodo e del rigore della scienza, trasmessi attraverso una formazione d’eccellenza. Smarrire la dimensione del sapere rischia di generare il fenomeno descritto da Luciano Floridi con la metafora del groviera: se si elimina il formaggio intorno ai buchi, il buco stesso alla fine svanisce. Detta diversamente, non è possibile rinunciare alla conoscenza senza perdere ogni distinzione tra ciò che è scienza e ciò che non lo è. Conservare ed esaltare il valore della competenza non deve tuttavia equivalere a scavare un solco tra chi parla e chi ascolta, ricordando con Magatti l’importanza fondamentale dell’arricchimento dato dall’ascolto reciproco, e la possibilità che, come nel caso della pandemia, nessuno sia tanto preparato da poter insegnare agli altri. Francesco Blasi ha descritto il mutamento della relazione terapeutica, nell’ultimo scorcio di secolo, come lo spostamento del paziente dal centro del tavolo alla seduta allo stesso tavolo, accanto ai medici, ai decisori politici, agli operatori sanitari cui trasferire le proprie istanze per essere pienamente coinvolto. Da ultimo, insieme alle associazioni dei pazienti, questo spostamento ha visto protagoniste anche le associazioni dei cittadini, allargando ancora una volta il campo dalla sanità alla salute per un’interlocuzione non sostitutiva di decisioni qualificate, ma necessaria per preparare le decisioni stesse.
Come progettare dunque una nuova salute, umana e globale? Insieme. Questo è stato il punto di partenza dell’iniziativa La Salute in Movimento. Un progetto promosso congiuntamente da Novartis Italia e Culture, al quale hanno accordato il loro patrocinio l’associazione CittadinanzAttiva, l’Università Humanitas, l’università di Napoli Federico II, il Politecnico di Milano, Generatività e l’Associazione InnovaFiducia. Un movimento inevitabilmente collettivo, che coinvolge – tramite tutti i mezzi di comunicazione digitale a disposizione, dal sito web ai social network, dalla newsletter al videostreaming – le persone e i tanti attori del sistema della salute: provenienti dal settore sanitario – come medici, farmacisti, infermieri e professionisti -, ma anche da quello della tecnologia e dell’innovazione, dall’accademia, dalla cultura, dalle istituzioni, dal mondo associativo e dalla società civile. Il lavoro del Movimento prosegue ora con la stesura e divulgazione di un Manifesto nato dalla conversazione, e culminerà nel 2021 in un Festival completamente online per il confronto e l’individuazione di azioni di intervento. Insieme.
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