Secondo The People’s Vaccine, il 14% della popolazione mondiale (quella che sta meglio) si è già assicurata il 53% dei vaccini, segno che la disuguaglianza sociale e quella sanitaria sono due facce della stessa medaglia

The People’s Vaccine, un’alleanza di organizzazioni umanitarie tra cui Amnesty International, Oxfam e Unaids, ha rilevato che il 14% della popolazione mondiale – quella più ricca – si è già assicurato il 53% dei vaccini contro la Covid-19 già pronti. Il 100% della produzione del vaccino Moderna andrà ai paesi industrializzati, una quota che scende al 96% per quanto riguarda il vaccino Pfizer/BioNTech. La conseguenza è che i paesi in via di sviluppo ne avranno un accesso molto limitato, tanto che si stima che se un italiano avrà in media a disposizione fino a 4 dosi di vaccino e un canadese addirittura 5, in altri paesi e continenti si arriverà alla situazione per cui dieci persone dovranno giocarsi un’unica dose.

vaccino
(foto: Leonardo Fernandez Viloria/Getty Images)

 

Siamo di fronte a un’enorme disuguaglianza nell’accesso al vaccino, che è il principale strumento per debellare la pandemia”, ha denunciato Oxfam. Il problema risiede nel fatto che molti paesi poveri non sono riusciti a stringere accordi con le case farmaceutiche e dunque dovranno attendere che le donazioni di governi e privati consentano ai vari programmi umanitari internazionali di distribuire le dosi alla cittadinanza. Un processo molto lento, che da una parte darà il vaccino a questi paesi con un grave ritardo e dall’altra non consentirà numeri adeguati per una vaccinazione di massa. Da qui la proposta che le aziende farmaceutiche condividano la loro tecnologia e i diritti di proprietà intellettuale così che paesi in via di sviluppo con capacità produttiva, come India e Sudafrica, possano farsi e distribuire i vaccini da sé, aumentando la platea di fruitori del prodotto nelle aree meno considerate.

C’è una cosa che più di tutte ha messo in mostra la pandemia che stiamo vivendo in questo terribile 2020: le disuguaglianze sociali. L’emergenza ha riguardato tutto il pianeta senza fare distinzioni, ma le sue conseguenze si sono fatte sentire in modo più o meno violento a seconda della condizione personale. Avere una casa, un accesso a internet, un’occupazione stabile e con tutele è diventata la chiave di sopravvivenza, qualcosa che abbiamo sempre dato per scontato e che ci siamo resi conto invece essere un lusso a cui molti non possono ambire. E i destini sono stati diversi anche nell’accesso alle cure sanitarie, tra chi ha potuto contare su tamponi e terapie senza intoppi e chi invece si è trovato abbandonato a sé e alla sua malattia.

Questo contesto globale di disuguaglianze non solo è stato esacerbato dalla pandemia, ma continuerà ad alimentarsi anche nel percorso con cui si vuole uscire dalla stessa. In particolare, per quel che concerne i vaccini. Mentre si esulta per il raggiungimento di questo fondamentale traguardo e in Gran Bretagna già si distribuiscono le prime dosi, la cruda realtà è che la prevenzione dalla malattia sarà roba per pochi eletti, mentre una fetta importante della popolazione globale ne verrà tenuta fuori. E non perché meno martoriata dal virus: come sottolinea The People’s Vaccine, tra i 67 paesi tenuti ai margini della campagna vaccinale ci sono Kenya, Myanmar, Nigeria, Pakistan e Ucraina, che hanno avuto fino a ora nel complesso un milione e mezzo di persone contagiate.

Nell’epoca più globalizzata che ci sia, in cui tutto il pianeta è connesso e quando più che mai ci siamo resi conto che di fronte a un virus siamo tutti sulla stessa barca, il luogo di nascita e residenza e le finanze personali e statali a disposizione diventano insomma un elemento chiave nella tutela del diritto alla salute. Già prima della pandemia una persona su tre nel mondo non aveva accesso a farmaci essenziali a causa dell’impossibilità di accedere agli stessi da un punto di vista finanziario, mentre oltre 100 milioni di persone si riducevano ogni anno in povertà per far fronte alle cure mediche. Oggi si sta continuando con questa tradizione, in un momento però particolarmente critico per la storia e in cui più che mai servirebbe una tutela dell’essere umano più che del cittadino.

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