AGI – Ore febbrili di contatti, telefonate e calcoli sul pallottoliere per tentare di arrivare all’appuntamento del voto in Aula con numeri sufficienti a garantire la sopravvivenza del governo. Ma al momento, nonostante il lavorio continuo e pressante di chi nella maggioranza e nel governo (tra cui lo stesso premier Giuseppe Conte) sta lavorando al ‘dossier costruttori’, i numeri al Senato sarebbero ancora lontani da quota 161, ovvero la maggioranza assoluta.

Non che per ottenere la fiducia serva necessariamente raggiungere quella vetta, basterebbe un voto in più e il governo Conte II potrebbe dirsi ‘salvo’. Ma è altrettanto vero che non incassare la maggioranza assoluta sarebbe un segnale politico non indifferente.

C’e’ poi la questione responsabili: in pochi, finora, sono usciti allo scoperto ufficialmente e nonostante la nascita a palazzo Madama del gruppo ‘Maie-Italia23’, le adesioni finora non fioccano. A ciò si aggiunge la richiesta dei ‘costruttori’ (i responsabili 2.0), esplicitata ieri da Clemente Mastella, tra i fautori dell’operazione, di avere garanzie chiare da Conte perché loro “non sono i polli di Renzi”.

Da qui l’ipotesi che il presidente del Consiglio possa intervenire lunedì alla Camera e poi non attendere il voto di fiducia ma recarsi al Quirinale per rassegnare le dimissioni, per poi dar vita a un Conte ter, frutto di una nuova maggioranza politica, di cui i costruttori sarebbero la quarta gamba assieme a Pd, M5s e Leu. Un esecutivo quindi che si basi su un nuovo patto di legislatura e nuovi ingressi nella squadra di palazzo Chigi.

A porre il tema di un nuovo patto come uno dei punti dirimenti è il Pd. Il vicesegretario dem Andrea Orlando, avverte il premier: “È evidente che si può evitare la crisi avendo un numero in più, ma non pensare di governare. Perciò il tema che si porrà un minuto dopo la fiducia, se ci sarà, è consolidare la maggioranza, siglare un nuovo patto di legislatura e lavorare alla ricostruzione di un campo con le forze che hanno dato segnali ma che non si sono ancora sentite di fare questo passo, pur volendo prendere le distanze dalla destra sovranista”.

Per l’esponente democratico c’è “una disponibilità di forze intermedie a garantire la stabilità in questa fase, ma non abbiamo alcuna sicurezza. Però riteniamo giusto che sia il Parlamento a verificare se c’è o non c’è una maggioranza”.

Intanto da Italia viva, dopo lo strappo e le dimissioni delle due ministre – e nonostante la nettezza con cui Pd e M5s hanno sbarrato la porta agli ormai ex alleati – continuano ad arrivare segnali ‘distensivi’. Matteo Renzi ha annunciato l’astensione dei suoi gruppi se Conte dovesse presentarsi in Aula con un “intervento di apertura a pezzi di Forza Italia, del centro o altri che vorrebbe portare dentro per sostituirci”, ha spiegato ieri in serata.

E oggi, in un’intervista, il leader di Iv ribadisce la disponibilità a parlare di contenuti: “Noi siamo disponibili come sempre, leggo di indisponibilità di altri. Da noi nessuna preclusione, se si parla di contenuti ci siamo”, convinto che la maggioranza non avrà i numeri: “Secondo me senza di noi sono lontani da quota 161 al Senato. Hanno raccontato un loro auspicio come fosse la realtà”.

Ma gli spiragli offerti dai renziani non sembrano trovare terreno fertile nel Pd. “Le parole non bastano e mi pare che i margini siano pressoché esauriti. Iv deve prima spiegare i motivi della rottura, riconoscere l’errore politico e offrire garanzie che evitino recrudescenze”, spiega Orlando. Che torna ad incalzare Conte: “Deve assumere un ruolo per sciogliere i nodi politici irrisolti di questi mesi”.

Chi, invece, è favorevole a una ricucitura con Italia viva è Riccardo Nencini: si riparta “dalla maggioranza che c’era e che può essere rinnovata”. E il primo passo lo dovrebbe fare “chi ha la maggiore responsabilità: il premier”. 

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