(di Mattia Bernardo Bagnoli)

MOSCA – L’Europa ha urgentemente bisogno di vaccini, Mosca non vede l’ora di fornirglieli. Ma prima va spezzato il nodo gordiano dell’approvazione all’Ema, salvo la spaccatura del fronte Ue che sinora ha tenuto per avere maggior potere contrattuale.

E qui si apre il giallo. Perché Mosca sostiene di aver già presentato la fatidica domanda per ottenere l’ok al suo Sputnik V, mentre l’Europa dice che non è vero, e tramite la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ha criticato le autorità russe perché decantano il loro vaccino ma restano indietro con le vaccinazioni in patria. Il che è vero. Insomma, tra Mosca e Bruxelles regna la diffidenza e, dato il grado di scontro politico su altri dossier, non ci sarebbe da stupirsi. Per quanto riguarda lo Sputnik V, però, a complicare il clima potrebbe esserci solo un equivoco. Prima però un passo indietro.

A commercializzare all’estero il vaccino, per la Russia, è il Russian Direct Investment Fund (RDIF), il fondo sovrano russo che ha finanziato la sua scoperta da parte del centro Gamaleya, intitolato al padre della virologia russa e allievo di Louis Pasteur. L’RDIF, verso la fine di dicembre, ha chiesto all’Ema la ‘scientific review’, primo passo formale per accedere alla procedura di registrazione vera e propria. Tutto fila liscio fino a febbraio, quando le cose si complicano. Il 9 febbraio, infatti, l’RDIF annuncia che la review si è conclusa (dicono il 19 gennaio) e, contestualmente, i media russi pubblicano la notizia che è iniziato l’iter di approvazione in Europa.

A questo punto l’armonia s’interrompe. L’Ema, il 10 febbraio, pubblica sul suo sito una nota in cui si sottolinea che l’agenzia “non ha finora ricevuto la domanda per la rolling review – essenzialmente la procedura per emergenza, ndr – o un’autorizzazione di commercializzazione per il vaccino contro il Covid-19 sviluppato dal Centro Gamaleya”. L’RDIF, tramite l’account Twitter dedicato allo Sputnik, quello stesso giorno dice il contrario e posta uno screenshot che dovrebbe provare l’avvenuta richiesta, datata 29 gennaio. Nel mentre, fattore cruciale, Lancet pubblica lo studio ‘peer reviewed’ sui dati ad interim dei test clinici di fase 3 in cui si evince che lo Sputnik V è effettivamente efficace al “91,6%” ed è “sicuro”.

Per Mosca è la rivincita dopo tanto scetticismo occidentale sul suo vaccino – giustificato in parte dalla fretta con cui il Cremlino ha voluto tagliare il traguardo, lo scorso agosto, nella corsa all’immunizzazione. La campagna di commercializzazione dello Sputnik V a quel punto prende il volo e si moltiplicano i Paesi dove viene registrato (ad oggi 37 nazioni, pari a 1,1 miliardi di abitanti del mondo, tra cui l’Ungheria, primo Paese Ue).

Gli animi in Europa invece si scaldano. Il 19 febbraio l’RDIF, sempre su Twitter, scrive che la richiesta all’Ema di rolling review è stata fatta e pubblica un documento della stessa Ema a conferma. Nel documento, però, si dice chiaramente che allo Sputnik sono stati assegnai i ‘curatori’ nell’ambito della richiesta di parere indipendente fornito dal Committee for Medicinal Products for Human Use (CHMP). Stando alle regole dell’Ema, infatti, solo dopo aver ricevuto l’ok dai ‘saggi’ – nonché che dal ‘COVID-19 EMA pandemic Task Force’ o COVID-ETF – le autorità russe potranno tecnicamente registrare la domanda di rolling review. Morale. Il processo è in corso (come sostengono i russi) ma la fatidica domanda in sé, che dà diritto ad essere aggiunti alla lista di vaccini in via di approvazione nell’Ue, non c’è ancora (come precisa Bruxelles).

Tutto il resto è story telling. Se poi queste accese narrazioni, da un lato o dall’altro, seguano un canovaccio preciso (per esempio provocare fughe in avanti da parte di altri Paesi Ue, ieri il caso dell’Austria), resta da capire. Ma, più banalmente, potremmo assistere solo a un deficit di fiducia tra le parti.

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