Lo smart working e le altre attività trasferite in rete hanno fatto fare un balzo in avanti sul ricorso alla rete e nei consumi digitali in Italia, come emerge dalle analisi di Asstel

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La crisi scatenata dal Covid-19 “ci ha catapultato nel futuro” e c’è stato “un balzo di 10 anni” nello sviluppo delle competenze digitali degli italiani e nell’organizzazione dei sistemi di lavoro. Un anno fa sembrava impossibile una accelerazione improvvisa, eppure nel primo paese occidentale travolto dalla pandemia “si è acceso un faro sulla tecnologia e la connettività è diventata un servizio essenziale e strategico per il Paese”. Laura Di Raimondo, direttore generale di Assotelecomunicazioni (Asstel, l’associazione di Confindustria dell’industria delle telecomunicazioni) ricorda bene da dove partivamo: “Ultimo posto del Desi, l’indice che valuta la digitalizzazione nei paesi europei. Ora, secondo le rilevazioni del rapporto Censis-Tim, abbiamo scalato sei posizioni nel solo 2020”.

I consumi digitali nell’anno del Covid-19

I consumi di traffico medio giornaliero dimostrano lo strappo rispetto al passato: secondo l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), l’anno scorso l’uso della rete è aumentato per il fisso del +49,5% e per il mobile del +56,1% sul 2019. Relativamente ai consumi unitari, si stima che nel 2020 il traffico per linea broadband nella rete fissa abbia raggiunto i 6,15 gigabyte (Gb) giornalieri, con una crescita del 45,5%, e nella rete mobile il traffico dati giornaliero per sim “human” è valutabile in circa 0,26 Gb al giorno, con un incremento su base annua del 62,6%.

Un uso maggiore della rete non ha però coinciso con più ricavi per l’industria delle telecomunicazioni. Sempre l’Agcom mostra che nei primi nove mesi del 2020 il fatturato complessivo delle telecomunicazioni si è attestato a 19,8 miliardi di euro, con una riduzione di 1,1 miliardi di euro rispetto al 2019 per minori entrate da rete fissa (-497 milioni) e rete mobile (-607 milioni).

A spingere i consumi sono state le serate trascorse a guardare serie tv in streaming e soprattutto lavoro da casa e scuola a distanza. Nel corso dell’anno, rileva Di Raimondo, “il bisogno di connettività ha spinto a usare di più e meglio le tecnologie per evitare che l’obbligo di distanziamento sociale diventasse un distanziamento relazionale”, nella vita privata e nel lavoro. “In Italia prima della pandemia avevano accesso allo smartworking 8-900mila persone, gli ultimi dati ci dicono che il lavoro da casa ha interessato 4 milioni di persone nel secondo trimestre del 2020, con percentuali che sono schizzate fino al 50% nei mesi più duri di pandemia. 

Dal rapporto ‘Il mercato del lavoro 2020’

Oggi lo smartworking è una realtà per il 33% dei lavoratori italiani. A gennaio-febbraio 2020 era al 5%. “La nuova organizzazione del lavoro – sottolinea Di Raimondo – impatta su tutti i settori ed è stata una innovazione culturale fortissima per una popolazione che non era molto abituata alle videoconferenze”. La pubblica amministrazione non è stata da meno. “Lo smartworking è stato utilizzato anche da non l’aveva mai fatto, come la Pa. Ora bisogna rendere strutturale il cambiamento che si è avviato per offrire i servizi che deve rendere ai cittadini digitalmente”, spiega Di Raimondo.

La scommessa dei fondi europei

Indietro non si può più tornare e i fondi del Next generation Eu,  200 miliardi di euro solo per l’Italia, rappresentano la giusta occasione per continuare a correre. A inizio febbraio in audizione al Parlamento Asstel ha denunciato che, in base agli ultimi piani del governo Conte, “le risorse aggiuntive per il potenziamento e l’accelerazione dei programmi di investimento sulle reti ammontano a soli 1,1 miliardi di euro”, lo 0,5% dei fondi. Troppo poco: “Abbiamo dichiarato l’insufficienza delle risorse per la trasformazione digitale che non sono abbastanza per garantire l’abbattimento del digital divide”, spiega Di Raimondo: “Il Next Generation Eu può permetterci di indirizzare gli investimenti e uscire dalla logica emergenziale tipica italiana; è un’opportunità unica per incidere sia sull’infrastruttura materiale che sul capitale umano, andando a lavorare su scuole e università. Non serve avere un’autostrada se non si ha nessuno in grado di percorrerla”

Nei prossimi anni, chiosa la dg di Asstel, sarà necessario “rendere strutturali i processi sviluppati quest’anno ed è una sfida importante: vincerà chi riuscirà a definire i perimetri della nuova normalità che, per forza di cose, non potrà riportarci al passato e dovrà tenere conto di quello che è successo”. Questo implica il dover riprogettare città, uffici e case in una “una vera sfida culturale che ci porterà in una realtà ibrida, punto di equilibrio tra reale e virtuale”.

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