Il Consiglio di Stato conferma l’orientamento dato dall’Antitrust prima e dal Tar del Lazio poi nella causa contro il colosso dei social network

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Un servizio che sfrutta i dati personali per il proprio business non può sostenere di essere totalmente gratuito. Lo ha ribadito il Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso di Facebook, fornendo una conferma del fatto che il social network non può definirsi “gratuito”. La divisione irlandese della compagnia aveva fatto ricorso a un provvedimento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) del 2018, già impugnato di fronte al Tar del Lazio. Il tribunale amministrativo aveva ridotto la sanzione dell’Antitrust da 10 a 5 milioni di euro, confermando tuttavia la presenza di una condotta non corretta da parte di Facebook. Proseguire nell’iter giudiziario non ha “premiato” la compagnia di Mark Zuckerberg in Italia.

La decisione del 29 marzo ha confermato in ultimo grado il carattere ingannevole del messaggio rivolto agli utenti, convalidando la sanzionabilità del comportamento di Facebook Ireland. Quando la vicenda prese piede nel 2018, la compagnia cambiò il suo benvenuto, da “È gratis e lo sarà per sempre” a “È veloce e semplice”, rendendo più facile la reperibilità delle impostazioni sulla privacy. Troppo poco secondo l’Antitrust, che chiedeva maggiore trasparenza nell’informativa e ha finito così per comminare lo scorso febbraio una seconda multa per 7 milioni di euro al colosso dei social.

La vicenda solleva il dilemma della cessione dei dati personali in cambio di un servizio gratuito, lasciando che possano essere resi disponibili a soggetti commerciali non definibili anticipatamente. Un modello di business che riguarda numerose attività esplose da anni con il web 2.0. “Occorre un’azione coordinata tra le diverse Authority competenti, a tutela del mercato e a tutela della protezione dei dati personali, a livello europeo”, è l’appello di Andrea Lisi, presidente di Anorc Professioni, che ricorda anche il ruolo della normativa europea e del Gdpr nello “sfruttamento dei dati personali per finalità commerciali”. Alcuni giganti del web si stanno già muovendo per anonimizzare i dati raccolti dalle loro attività online: Google per esempio abbandonerà il sistema basato sui cookie per “nascondere” le abitudini di ricerca dei singoli utenti all’interno di algoritmi di coorte.

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