Depositata la richiesta di rinvio a giudizio per gli ex vertici, a quasi due anni dall’attacco del fondo Quintessential. Il 5 maggio l’asta fallimentare: si parte da 95 milioni di valore

Lo stabilimento di Bio-on a Bologna (foto: Bio-on)
Lo stabilimento di Bio-on a Bologna (foto: Bio-on)

Arriva la richiesta di rinvio a giudizio per gli ex vertici di Bio-on, la startup bolognese della bioplastica finita nel 2019 al centro di un’inchiesta scattata dopo che un rapporto del fondo statunitense Quintessential capital management l’ha accusata di essere “un castello di carte”. Una ricostruzione respinta dalla società, oggi sulla soglia di un’asta fallimentare in calendario per il 5 maggio. Base di partenze per le offerte: 95 milioni di euro. Il procuratore capo Giuseppe Amato, l’aggiunto Francesco Caleca e il pubblico ministero Michele Martorelli contestano a vario titolo i reati di manipolazione di mercato e false comunicazioni sociali a dieci persone, a cominciare dal fondatore ed ex presidente Marco Astorri, dal suo braccio destro e già numero due dell’azienda Guido Cicognani e dall’ex presidente del collegio sindacale, Gianfranco Capodaglio.

Nella richiesta di rinvio a giudizio la Procura di Bologna contesta, tra le accuse, la diffusione di notizie false sullo stato di salute economico, patrimoniale e finanziario della società, che avrebbe provocato un aumento delle azioni della società, quotata sul listino Aim (per le piccole imprese) della Borsa di Milano, e generato un indebito vantaggio stimato in 36 milioni di euro. Per la procura, inoltre, nei bilanci che vanno dal 2015 al 2018 ci sarebbero incongruenze e omissioni che avrebbero pregiudicato la stima finale dei ricavi del gruppo.

Prendiamo atto della decisione della Procura di Bologna di procedere con la richiesta di rinvio a giudizio; una scelta pressoché scontata dopo la recente notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari – fanno sapere in una nota Marco Astorri e il difensore, l’avvocato Tommaso Guerini -. Affronteremo con serenità e determinazione l’udienza preliminare, nel corso della quale vi sarà finalmente modo di chiarire alcuni aspetti essenziali per una corretta ricostruzione dei fatti su cui si fonda l’ipotesi d’accusa. Su tutti, che Bio-on era una società solida e di grande prospettiva e non certo un “castello di carte”, come invece sostenuto da chi la rese oggetto di un feroce attacco speculativo, scommettendo sul ribasso del valore delle azioni e ottenendo un ingente profitto dalle perdite subite da migliaia di risparmiatori”.
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L’attacco del fondo e l’inchiesta

Bio-on è nell’occhio del ciclone dal 24 luglio 2019. Quel giorno un documento del fondo Quintessential, guidato da Gabriele Grego, mette in discussione la solidità della startup, che in Borsa capitalizzava un miliardo di euro, tanto da essere considerata un novello unicorno della scena imprenditoriale italiana.

Quintessential, che all’epoca aveva dichiarato di aver aperto una posizione ribassista sul titolo e di avere “un interesse nella discesa del prezzo”, sosteneva che la società incassava ricavi solo dalle sue controllate, partecipate e in joint venture, alle quali vendeva le licenze per la tecnologia e conferiva aumenti di capitale per avviare l’attività. Poi contestava i rapporti con Banca Finnat, l’istituto che ha accompagnato alla quotazione il gruppo nel 2014 e che emetteva analisi sul titolo, per le quote di minoranza in due partecipate di Bio-on, Liphe spa e Aldia spa, mai esplicitate né negli studi sul titolo, né nel bilancio dell’azienda di Bologna. Infine il fondo attaccava l’azienda su costi, volumi di produzione e stato di avanzamento dell’impianto principale di Bio-on a Castel San Pietro Terme, nel Bolognese; sulla contabilità e sull’efficacia delle bioplastiche sviluppate, i polimeri poliidrossialcanoati, detti Pha. Addebiti respinti in blocco dalla startup emiliana.

L’asta fallimentare

A ottobre 2019 un’inchiesta della Procura felsinea porta alla decapitazione dei vertici aziendali (le misure cautelari, allora applicate, sono poi state revocate). A dicembre il tribunale dichiara il fallimento e le redini dell’azienda passano ai curatori Antonio Gaiani e Luca Mandrioli, che la traghettano verso l’asta, fissata per il 5 maggio. Un appuntamento al quale i beni in pancia alla Bio-on, dall’impianto di San Pietro al portafoglio di brevetti e marchi, dalle ricerche aziendali alle scorte alle partecipazioni societarie, si presentano con una valutazione di 95 milioni di euro, a fronte di uno stato passivo di 70 milioni.

Per gli ex vertici dell’azienda, la valutazione dei curatori fallimentari è il riconoscimento che la startup non si può considerare un “castello di carte” e che l’attacco di Quintessential si muove su aspetti di tecnica contabile. Nelle scorse settimane i bio-reattori di Bio-on sono anche stati presi in considerazione per la produzione di vaccini, ma la valutazione, sulle scrivanie del ministero dello Sviluppo economico, al momento non sembra aver fatto passi avanti. La palla ora passa al giudice per l’udienza preliminare, che dovrà fissare una data per la discussione.

Nel frattempo è stata diffusa una lettera firmata da un gruppo che dichiara di rappresentare 131 piccoli azionisti della società, titolari di 222.400 quote, i quali contestano a loro volta le conclusioni del fondo Quintessential e chiedono al giudice “una scelta etica” nella selezione del compratore per poter rientrare del proprio investimento.

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