pd accetta proporzionale legge elettorale

Francesco Fotia / AGF

Giuseppe Conte, Nicola Zingaretti

Una strada per la verità già intrapresa da settimane. Ma oggi arriva il sigillo ufficiale: il Pd accetta il proporzionale e abbandona definitivamente il sogno maggioritario. Il voto unanime della Direzione alla relazione del segretario Nicola Zingaretti dà infatti mandato pieno a trovare un’intesa su un sistema proporzionale con correttivi che garantiscano, per quanto possibile, una certa stabilità evitando un’iper frammentazione.

La delegazione del Nazareno che sta trattando con gli alleati di maggioranza per arrivare a una proposta condivisa di riforma della legge elettorale, dunque, riceve direttamente dal leader il via libera a sposare uno dei due modelli su cui, però, le trattative si sono arenate, tanto da aprire al dialogo con le opposizioni, in anticipo rispetto alla tabella di marcia inizialmente prevista (dopo la presentazione “della nostra proposta ci sarà la discussione in parlamento e accoglieremo le indicazioni che potranno arrivare anche dalle opposizioni”, era la linea indicata dal ministro D’Incà la scorsa settimana).

Il perimetro di azione delimitato dai giallorossi prevede due possibili sbocchi: un proporzionale con soglia di sbarramento nazionale al 5% (ma si parla già di aperture su un tetto un po’ più basso) o un proporzionale con soglie implicite circoscrizionali, sulla falsa riga della legge elettorale spagnola. Su entrambe le strade, però, incombe un veto: sulla soglia nazionale c’è il niet di Leu, che chiede rappresentatività.

A mettersi invece di traverso sullo spagnolo sono i renziani. Intesa piena, invece, sulle liste corte (si deciderà in seguito se bloccate o con preferenze). Il Pd, pur di scongiurare a tutti i costi un possibile ritorno al voto con il Rosatellum, giudicato “pessimo” e che “crea squilibri”, sottolinea Zingaretti, è disponibile a valutare entrambe le ipotesi. Purchè, spiega il segretario parlando alla Direzione, la riforma sia un proporzionale “a un turno, corretto con adeguati sbarramenti, liste corte, parità di genere e l’ipotesi del voto per gli studenti fuori sede”.

E che il tema della legge elettorale sia anche legato ai possibili scenari futuri, come del resto una fine anticipata della legislatura, qualcuno tra i dem lo legge tra le righe del discorso zingarettiano, quando il segretario fa un accenno, ma preciso, alla tempistica: “L’accordo va trovato in tempi brevi, prima di metà gennaio”, data in cui la Consulta dovrebbe pronunciarsi sul referendum leghista pro Rosatellum senza quota proporzionale. Sul modello da preferire, però, manca ancora una linea unitaria all’interno del partito: se una parte dei dem, come gli orlandiani, spingono per lo spagnolo, un’altra fetta di democratici è più propensa per la soglia nazionale alta.

Spiegava ieri Dario Parrini, dopo il vertice: “Il quadro si va semplificando con due proposte che, per noi, sono entrambe accettabili. Ovvero, una soglia di sbarramento nazionale al 5% o una soglia circoscrizionale con 36-38 circoscrizioni. Quest’ultimo ci sembra un sistema più equilibrato, perché” contiene “sia elementi anti frammentazione che di garanzia sulla rappresentanza anche per i piccoli partiti”.

Ovvero, proprio il sistema simil spagnolo bocciato dagli ex compagni di partito, ora in Italia viva. E qui entrano in gioco anche gli equilibri futuri di eventuali maggioranze: non a caso spiega oggi lo stesso Parrini, intervenendo in Direzione, “dobbiamo evitare che si faccia una legge elettorale che impedisca dopo il voto la formazione di maggioranze stabili”.

È il ragionamento che accomuna le forze più grandi sia nella maggioranza (leggi Pd, appunto) che nelle opposizioni (Lega), cioè evitare il proliferare di liste e partitini e, soprattutto, scongiurare il condizionamento futuro da parte dei ‘piccoli’. Sempre Parrini, nel rispondere a chi, tra i dem, insiste ancor oggi sul non abbandonare il maggioritario, spiega: “L’unica alternativa realistica alla legge esistente è una legge proporzionale sana e ben funzionante, cioè robustamente corretta con uno sbarramento alto, in grado di ridurre fortemente la frammentazione”.

Parole che sembrano far riferimento al modello con soglia nazionale al 5%. Insomma, un’intesa definitiva è ancora lontana: a meno di voler spaccare la maggioranza, i giallorossi al momento faticano a trovare una quadra e così, nell’ultimo vertice di ieri sera, scelgono di fatto di prendere tempo e avviare prima il confronto con le opposizioni (l’incontro dovrebbe svolgersi la prossima settimana).  

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