Nel 1974 un pacchetto di gomme da masticare ha inaugurato la tecnologia. Che oggi non ha intenzione di andare in pensione

Codice a barre (Getty Images)
Codice a barre (Getty Images)

Il National Museum of American History è un luogo da conoscere quando si parla di globalizzazione. A Washington, ad appena 15 minuti a piedi dalla Casa Bianca, è conservato il primo codice a barre mai utilizzato nella storia dell’economia mondiale. Era il 26 giugno 1974, quando la cassiera Sharon Buchanan passò un pacchetto da 10 gomme da masticare Wrigley’s gusto juicy fruit, su un lettore scanner a raggio laser installato nel supermercato Marsh a Troy, in Ohio. Quel beep da soli 61 centesimi fu il primo di una valanga inarrestabile, giunta oggi 6 miliardi di scansioni al giorno.

“Il codice a barre compie 45 anni, highlander dei tempi moderni in gran forma che nonostante l’età non è affatto in concorrenza con altri data carrier”– racconta Bruno Aceto, amministratore delegato di Gs1 Italy, unico ente autorizzato all’emissione. “La sua anima è quella di sempre, fatta di un numero (data) che identifica ogni oggetto sul mercato, mentre il carrier che lo trasporta cambia a seconda delle tecnologie di codifica e lettura sviluppate nel tempo. Può essere lo scanner laser, la fotocamera di uno smartphone per il Qr code, la radiofrequenza per il tag Rfid o altro”.

Le gomme Wringley passate allo scan laser con il primo codice a barre della storia, il 26 giugno 1974 - Courtesy of GS1 Italy
Le gomme Wringley passate allo scan laser con il primo codice a barre della storia, il 26 giugno 1974 – Courtesy of GS1 Italy

Proprio per questo, fra il concepimento e la nascita, il codice a barre ebbe un’incubazione di 26 anni. Era il 1948 quando Bernard Silver e Norman Joseph Woodland ebbero in spiaggia a Miami Beach l’intuizione avveniristica di marcare i prodotti per velocizzare code e pagamenti in modo automatico. Ma fu solo con l’invenzione del laser e lo sviluppo della distribuzione moderna che quelle righe verticali, disegnate sulla sabbia allungando i punti del codice Morse per ogni numero, divennero la “lingua del business” più diffusa fra oltre un milione di imprese in 150 paesi, 35mila italiane. Lo scanner garantisce tuttora 40-200 letture al secondo, con una probabilità di errore massima di uno su un milione.

Codice a barre: come funziona

Nel mondo esiste solo un ente neutrale e no profit autorizzato ad attribuire il codice a barre, il Gs1 (Global standard 1) nato da un’accordo fra Uniform Code Council (Usa) ed Ean (European Article Numbering), entrambi impegnati nella diffusione dello standard GS1 lanciato in America. Il codice a barre più usato, l’Ean-13, è formato da 13 cifre (Gtin-13), di cui le prime 9 (decise a livello nazionale) indicano l’azienda, le altre 3 il prodotto (decise dall’azienda). L’ultima è la cifra di controllo. Oggi sono 114 le organizzazioni Gs1 che ne promuovono l’utilizzo, secondo un sistema che assegna a ogni Paese una precisa serie numerica.

Così, la stringa identifica in modo universale ogni prodotto attraverso la filiera, oltre ogni barriera geografica e culturale. È l’ambizione del commercio globale realizzata dal codice a barre, inserito dalla Bbc fra le 50 cose che hanno fatto l’economia moderna. “È adottato dalle aziende su base volontaria, senza bisogno di alcuna legge in nessuna parte del mondo” – spiega Aceto – “Gs1 è autonoma e gestita da compagnie che condividono registri, regole e standard, un sistema che abilita la logistica delle merci e registra tutti gli eventi di filiera, in cui ogni attore implementa informazioni di prodotto statiche e dinamiche”.

Una sorta di obbligo di sistema che ha travolto pallet, cartoni, magazzini, singoli prodotti: tutto può essere etichettato in base ai diversi standard di codice (es: Gs1-128, Ccss, Gln…). Ogni prodotto necessita di un nuovo codice appena cambia per tipo e varietà, colore, taglia, ingredienti, composizione, marca, dimensioni e natura della confezione, peso, volume e ogni altra dimensione. I principali settori che usano il Gs1 in Italia sono per il 41,8% alimentare, 22,2% elettrodomestici, articoli sportivi, oggettistica, accessori, mobili, il 15,4% bevande, il 6,9% cura della persona ed healthcare, il 5,8% abbigliamento-tessile.

Il codice a barre è usato in 150 Paesi del mondo Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/geralt-9301/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=254784">Gerd Altmann</a> da <a href="https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=254784">Pixabay</a>” width=”1050″ height=”590″ srcset=”https://www.firstradioweb.com/wp-content/uploads/2019/12/il-codice-a-barre-festeggia-45-anni-per-quanto-lo-useremo-ancora-2.jpg 1050w, https://www.firstradioweb.com/wp-content/uploads/2019/12/il-codice-a-barre-festeggia-45-anni-per-quanto-lo-useremo-ancora-7.jpg 696w, https://www.firstradioweb.com/wp-content/uploads/2019/12/il-codice-a-barre-festeggia-45-anni-per-quanto-lo-useremo-ancora-8.jpg 400w” sizes=”(max-width: 1050px) 100vw, 1050px”><figcaption class=Il codice a barre è usato in 150 Paesi del mondo Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Spaccio di barcode

Il codice a barre è diventato così diffuso che qualcuno ha persino creato un proprio business: inventare e rivendere codici a barre. “I codici Ean si noleggiano e non si acquistano” – spiega Aceto – “quindi non appartengono all’azienda e quando cessa l’attività tornano a Gs1 che li assegna a un nuovo richiedente. Chi si presenta come venditore di ‘numeri Ean’ opera al di fuori del sistema GS1, ma purtroppo c’è chi specula sull’ingenuità delle persone”. Il canone minimo è di 95 euro all’anno, ovvero meno di 10 centesimi l’uno poiché vengono assegnati in stock di mille. Tuttavia l’eccezione esiste ed è stata causata da un’anomalia avvenuta negli Stati Uniti negli anni Settanta. “Un certo numero di codici, di cui abbiamo contezza, fu venduto alle aziende invece che noleggiato. Questo diede loro il diritto tuttora legittimo a rivenderli anche fuori dagli Usa”, racconta Aceto.

Evoluzione

Cosa c’è nell’orizzonte di questo highlander, fra Iot e blockchain? “Non ne intravedo il tramonto. La nascita dei marketplace online poteva essere dirompente, ma alla fine il sistema ecommerce per grandi e piccole aziende che si sono aperte al mercato globale ha adottato il Gs1”, osserva Aceto. “Siamo abilitatori e scriviamo la storia dei prodotti su una rete di dati strutturati: che sia tramite GS1 o blockchain, sarà sempre necessario farlo attraverso standard di identificazione globale”. Gli standard aperti Epcis e Gpv di Gs1 permettono ad esempio lo scambio di dati blockchain in modo condiviso e tracciabile per ogni articolo.

La stessa tecnologia Rfid, ad esempio, è uno standard 100% Gs1 e negli ultimi 10 anni, Gs1 Italy ha reso disponibili servizi di catalogazione e serializzazione delle informazioni di prodotto, condivise in modo sempre più preciso sul web e con i partner di filiera.

Lo scorso luglio la Commissione europea ha accreditato Gs1 per il rilascio codici alfanumerici Udi (Unique device identifier) per ogni dispositivo medico presente sul mercato (benché in Italia la codifica dei prodotti farmaceutici sia gestita ancora dal governo). Nel 2019 ha visto la luce anche il GsS1 Digital Link che unisce il codice Gtin con informazioni online di ogni tipo sul prodotto, grazie a una semplice scansione del Qr con lo smartphone del consumatore. Insomma, da quel giugno ’74 il codice a barre non è certo rimasto fermo in un museo.

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