
Da quando è uscito Splendi come vita, il libro pubblicato da Ponte alle Grazie che l’ha fatta arrivare alla dozzina del Premio Strega, Maria Grazia Calandrone è stata risucchiata in un vortice talmente convulso da non averle dato più tempo per fare la cosa che più ama fare al mondo: scrivere. «Un po’ mi manca capire quello che succede. Senza la poesia non capisco niente della vita, mi sembra sempre che manchi la bussola» spiega Calandrone al telefono con voce distesa, pronta a ripercorrere la storia incredibile che ha accompagnato la sua nascita e che ha scelto di raccontare per la prima volta proprio in questo libro bellissimo, scritto con uno stile talmente chirurgico che sembra che Calandrone abbia dissezionato la sua vita e il suo cuore per analizzarli pezzo per pezzo, senza tralasciare nulla.
Più che su Lucia, la madre biologica che la abbandonò quando aveva otto mesi e che poi si tolse la vita, le attenzioni di Calandrone sono tutte indirizzare verso Ione, la madre adottiva, insegnante intransigente che, per evitare che la figlia potesse fare qualcosa di sconsiderato da adolescente, ha scelto di dirle la verità sulle sue origini quando aveva appena quattro anni e non aveva ancora gli strumenti per affrontare (e accettare) una realtà che, col senno di poi, ha avuto ripercussioni più su Ione che sulla stessa Maria Grazia.
Nella nota dell’editore all’inizio del libro si spiega che tutti gli «a capo» del testo sono volontà dell’autrice. Dichiararlo è un modo per trovare la bussola e non perdersi?
«Gli a capo li ho messi perché volevo lasciare tanto spazio sia a me, che scrivevo per respirare intorno a ciò che dicevo, sia a chi leggeva, per far sì che in quello spazio bianco ci potesse aggiungere la sua vita, le sue note. Il peso specifico della narrazione è talmente alto che bisogna immergerla in uno spazio».
Questo libro è uscito fuori di getto, anche se pensava di scriverlo da tanti anni.
«Ho dato questo libro a Ponte alle Grazie perché aveva la qualità di farlo subito, prima di pentirmi di pubblicarlo. Il timore era che, essendo una storia che già tante volte, quando ero ragazzina, mi aveva suscitato una roba vischiosa, la gente la percepisse come una sorta di pietismo. Ora sono una donna adulta e ho una mia riconoscibilità, tuttavia avevo fretta di pubblicarlo prima di essere presa dal dubbio che qualcuno avrebbe potuto interpretare tutto come “un caso umano”: non lo avrei sopportato. Per fortuna non è successo».
Quando ha deciso, invece, di iniziarlo?
«Non l’ho deciso. Prima ci avevo tentato, ma era difficile mettere nero su bianco questa storia in una maniera che non fosse rivendicativa o lamentosa. Mi serviva maturare per essere ironica e guardare questa storia come una delle miliardi di storie umane, uscire dall’identità, dall’essere immersa dentro di me. Poi c’è stata la condizione di stare chiusa in casa, ferma, e questo mi ha permesso di affrontare il nodo dolente dell’esistenza, questa relazione con la mamma che poi si è rivelata sorprendente nello scriverla».
A 4 anni, infatti, sua madre le dice che lei non è sua figlia naturale e lei viene catapultata nella realtà.
«Ho rivissuto quello è stato come se fosse in diretta. Il fatto di vivere ancora nella stessa casa, ormai popolata dalle tante Maria Grazia della mia vita, credo che sia stata determinante. È come se avessi assistito a quelle scene e le avessi semplicemente trascritte nelle frasi, nei suoni della radio di mamma, nelle canzoni: questo mi ha permesso di rivivere tutte le età con la varie consapevolezze, dall’adorazione infantile nei confronti di mamma alla rabbia per una notizia che ho finito di acquisire adesso, ossia che mamma era persona indipendente da me. Finché siamo figli non ci rendiamo conto che i genitori abbiano una vita che trascende da noi. Crescendo, però, inizi a vedere l’altro come una persona. Quando ho finito di scrivere il libro, ho capito che il dolore di non essere la mia madre biologica era una reazione naturale e non una sua personale caratteristica. Tutti i genitori adottivi hanno questo dolore, si sentono in colpa, mancanti».
Non era, però, naturale che sua madre fotocopiasse i suoi diari per farli leggere alle amiche.
«Mi sono sentita malissimo, anche perché in quei diari c’era la mia vita di ragazza di 18 anni. Il gesto è stato molto violento, ma ho capito il motivo per cui lo ha fatto. Era una donna del 1916 che stava educando una ragazza negli anni Settanta ed era terrorizzata per questo. Era convinta che io mi drogassi, la mia adolescenza rispetto alla sua era un altro pianeta. Pure io ho paura che mio figlio si droghi, ma lui ci gioca. Lei, invece, ne era davvero convinta, ed è per questo che ha fatto fotocopiare i diari: probabilmente cercava un sostegno, un confronto, e credo che le sue amiche le avessero detto che, in realtà, sua figlia era solo una ragazza normale».
Un’altra cosa che aveva messo in allarme sua madre era il fatto che, da bambina, smontava le bambole: la portò dal neurologo per questo.
«Ho sempre avuto una grande curiosità per i meccanismi, per come sono fatte le cose. Era un lato di me che da una parte osservava con ammirazione ma che dall’altra la preoccupava perché temeva che fossi una potenziale assassina. Come quando ho detto che mi piaceva Renzo Danesi della Banda della Magliana e lei era convinta che avessi un’inclinazione criminale, che fossi una prostituta. Non mi sono persa nei dettagli perché non aveva senso, ma tutti i mali del mondo, per lei, erano attribuibili alla mia persona».
Tutto nasce dall’averle detto la verità: è rimasta ferita dalla sua stessa rivelazione.
«La scelta di dirmi che ero una bambina adottata l’ha fatta per amore. Non essendo completamente consapevole di come lei stessa l’avrebbe presa, ha deciso di dirmela perché, anche in quel caso, aveva paura che mi potesse capitare qualcosa di male. Approvo il gesto di mia madre: forse, se l’avessi saputo a 18 anni, magari non mi sarei uccisa ma avrei pensato che tutto quel tempo mi aveva mentito. Ha fatto bene a dirmelo subito. Peccato che dopo si è creata questa frattura che, nel tempo, si è allargata sempre di più».
Lei, per definire questa frattura, non usa mezzi termini: la chiama «Inferno».
«Ci sono stati dei momenti veramente duri. La cosa più terribile è che avevo un’opinione e di me stessa che pessima è dire poco. Sapevo che non erano vere le cose che mi diceva – dopotutto siamo tutti un po’ criminali -, ma questo sguardo così pensante di mai madre su di me era davvero l’inferno. Se avessi capito cosa era successo mi avrebbe ferito meno, anche perché lei non pensava davvero quelle cose di me».
A cosa si aggrappava per riuscire a sopravvivere?
«Alla poesia. al disegno, al mondo dell’arte. Anche a mia nonna, che a un certo punto è stata una salvezza attiva nel contrastare mia madre quando ha iniziato a comportarsi in maniera completamente irrazionale: si è messa in gioco, mi ha difesa. E poi, crescendo, alle altre persone, agli amici, al mio compagno, al padre dei miei figli».
Di certo non si è aggrappate alle suore del collegio, che dal libro ne escono un po’ malandate.
«Lasciamo perdere, ho già scritto delle pagine blasfeme. Erano tutte delle cretine tranne Suor Maria, che era l’unica ad avere la vocazione. Di notte, nelle camerate, facevano un gran casino ma lei era l’unica a non uscire dalla sua stanzetta con il battipanni in mano. Capisco che eravamo esasperanti, ma lei era buona, paziente, fatta per gli altri».
Prima del collegio, è stata cacciata da due istituti. Che aveva fatto?
«Nel primo ho insultato la madre superiore dicendole che era scema, ma era un’analisi obiettiva visto che voleva farmi sentire in colpa per una cosa che non avevo fatto. Nel secondo, invece, ho semplicemente liberato un topolino. Tralasciamo, poi, il fatto che era un po’ una contraddizione che una famiglia comunista mandasse la figlia in collegio. Alla scuola pubblica, comunque, mi sono trovata benissimo».
Lo slancio di liberare il topolino mi ricorda le ultime parole di sue padre, che a un certo punto disse «lasciatemi morire». Cos’è la libertà per lei?
«Essere quello che si è e lasciare che gli altri siano quello che sono, qualsiasi cosa siano, nei limiti dell’etica. Mi sembra fondamentale sapere chi sei: quando succede, hai la capacità di cancellare il tuo io a cui, spesso, ci si aggrappa quando si è frustrati. Penso a quella ragazza, Nandhini, che era promessa sposa a 13 anni in India a un ragazzo incolpevole di 35 e che ha fatto i botti a colori fino a quando ha trovato un volantino di Terre des Hommes che le ha cambiato la vita: lei voleva studiare, non sposarsi. Ha rinnegato la sua famiglia e la sua cultura dimostrando un coraggio straordinario. Oggi Nandhini è una ragazza felice, ha capito quello che desiderava e ha lottato per ottenerlo. Quando sei sereno con te stesso, il tuo io te lo puoi anche scordare».
Quando, da ragazza, è andata a Cologno Monzese per incontrare Ornella Muti c’era più coraggio o più incoscienza?
«Seguo quello che dice quel proverbio arabo che dice butta fuori e corri per raggiungere quello che vuoi. Fortunatamente non mi è mai successo niente di male: a Cologno sono stata accolta, anche se poi è arrivata la disavventura di Scientology dalla quale, però, sono fuggita. L’incontro con Francesca e Ornella Muti è stato bellissimo, siamo state amiche per tanti anni. È venuta fuori dai sogni che facevo, da questa mia ricerca di una figura femminile che era una cosa misteriosa: non so perché la sognassi. È stata una persona importante per la mia vita e sarei anche contenta di rincontrarla, di fare un resoconto a distanza di tutto questo tempo».
Il libro lo ha letto?
«Gliel’ho fatto mandare, ma adesso non più i contatti».
I suoi figli, invece, lo hanno letto?
«No, non mi hanno neanche visto in televisione. I genitori sono genitori, non devono essere degli esseri umani. Poi è una storia ponderosa, non c’hanno voglia».
La storia la sapevano già?
«Anna non sapeva che mia madre si fosse uccisa, così, per non traumatizzarla, gliel’ho detto, anche se non sa come. Arturo, invece, lo sapeva».
In un passo del libro lei scrive una frase bellissima: «tutto cicatrizza a nostra insaputa». Vale anche per questa storia?
«Sì. Oggi sono una persona serena, non ho conti in sospeso, e ho potuto scrivere questo libro proprio per questo motivo. Sono molto grata all’esistenza, e mi rendo conto della fortuna che ho».
La possibilità di entrare nella cinquina dello Strega le genera, invece, più serenità o apprensione?
«La mai casa editrice ha due titoli in dozzina. Per quello che mi riguarda, sono onesta e tutto quello che faccio è alla luce del sole».
(Foto in apertura di Chiara Pasqualini)
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