Durante e dopo il G8 del 2001 a Genova alcune parole sono divenute iconiche, parole che dopo quei fatti hanno modificato l’immaginario collettivo, sono diventati link a ricordi terribili. Impossibile dimenticare la ‘macelleria messicana’, il ‘black bloc’, la ‘zona rossa’ ma anche la parola ‘ragazzo’ che comparve, dopo la morte di Carlo Giuliani, sulla targa di piazza Alimonda.

Black Bloc, il ‘blocco nero’. Il blocco nero non è un movimento bensì una tecnica di guerriglia metropolitana che viene citata per la prima volta nel 1980 in un documento anarchico. Nel tempo diviene il ‘nome’ della resistenza anarchica-insurrezionalista internazionale allo Stato e al capitalismo. Durante il G8 a Genova arrivano dall’estero circa 400 tute nere, quasi tutti anarchici insurrezionalisti e informali, che tengono una prima riunione il 19 luglio. Si decidono gli obbiettivi delle devastazioni, a partire dalle banche. Le prime manifestazioni di blocco nero avvengono il 20 luglio quando, nella zona di Brignole, il cordone di carabinieri viene fatto bersaglio di alcune molotov. Da quel momento in poi, secondo la tattica del ‘mordi e fuggi’ i gruppi di tute nere armate di spranghe, bastoni, molotov si dividono per compiere devastazioni in tutta la città. Sporadici e senza effetto gli scontri con le forze dell’ordine. ma da quel momento in poi chiunque indossasse un capo d’abbigliamento nero venne definito ‘black bloc’. Nessuno dei partecipanti al Blocco nero venne fermato o arrestato.

La macelleria messicana. E’ il 21 luglio 2001, sono passate le 22: nelle scuole Diaz-Pertini e Pascoli, divenute centro del coordinamento del Genoa Social Forum guidato da Vittorio Agnoletto, fanno irruzione i Reparti mobili della Polizia con il supporto operativo di alcuni battaglioni dei Carabinieri. Le violenze sui ragazzi che dormivano furono inaudite, qualcuno urlò ‘Black bloc, adesso vi ammazziamo’, vennero usati i ‘tonfa’, micidiali manganelli di gomma rigida. Furono fermati 93 attivisti (portati poi alla caserma di Bolzaneto dove vennero perpetrate atrocità inaudite) e furono portati in ospedale 61 feriti, dei quali tre in prognosi riservata e uno in coma. Il pestaggio venne definito una ‘macelleria messicana’ dal vicequestore Michelangelo Fournier quando entrò nella scuola dopo il massacro: “Sembrava una macelleria messicana – disse in aula durante il processo – Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Fu a quel punto che gridai: ‘basta basta’ e cacciai via i poliziotti che picchiavano. Intorno alla ragazza per terra c’erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale”.

Zona rossa. E’ l’area delimitata dalle forze dell’ordine per consentire la tranquillità al vertice dei Grandi che si tiene a Palazzo Ducale. Sono le 14 del 20 luglio. La zona rossa viene violata in piazza Dante da quattro giovani che sfondano un varco. La polizia respinge l’ assalto con gli idranti. Poco prima una sirena dà il via alla manifestazione delle tute bianche, assembrate nei vari punti di assedio alla zona rossa. In piazza Paolo da Novi, una delle zone piu’ vicine alla zona rossa, si concentrano migliaia di persone mentre in piazza Tomaseo è battaglia tra tute nere e carabinieri. Molotov. “Oh ragazzi, le molotov non lasciatemele qui…” disse il capo della Digos Spartaco Mortola. Parole riportate nelle registrazioni depositate a processo. Le molotov in questione sono le bottiglie incendiarie fasulle che il poliziotto Pietro Troiani portò all’interno della Diaz per giustificare irruzione e massacro dei manifestanti. Le molotov, usate in azioni di guerriglia e in situazioni di scontri di piazza, vengono spesso utilizzate da gruppi anarchici per la relativa facilità di fabbricazione e di reperimento delle materie prime. Durante il G8 in azioni di blocco nero vennero usate in abbondanza.

‘Ragazzo’. ‘Ragazzi’ erano quelli massacrati di botte alla Diaz e a Bolzaneto, ragazzi quelli che con le mani tinte di bianco e con le tute di cartene chiedevano diritti per i più poveri. E ‘ragazzo’ era Carlo Giuliani, morto a 23 anni con il cranio sfondato da un proiettile calibro 9 sparato dalla Beretta del carabiniere Mario Placanica. Molti giorni dopo quella tragica morte, sulla targa che dà il nome alla piazza, qualcuno con il pennarello cancellò il nome del vescovo Gaetano Alimonda e scrisse ‘piazza Carlo Giuliani – ragazzo’. 

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