Perché concentrarci solo su alcuni programmi di digitalizzazione del paese non basta. Non si può rimandare l’attacco al backend, nocciolo del ritardo nazionale
Attribuire a Spid, il sistema pubblico di identità digitale, proprietà taumaturgiche come è stato fatto in questi anni è profondamente sbagliato. Non sarà Spid a risolvere i problemi di digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche e del paese nel suo complesso. Spid semplifica e garantisce il processo di accesso ai servizi, ma non li rende automaticamente più sofisticati o più utili. Il vero tema che dobbiamo affrontare, quanto meno nel pubblico, è mettere in campo quelle azioni che cambino in modo radicale qualità e senso dei servizi offerti ai cittadini.
Spesso noi stiamo digitalizzando servizi vecchi che non sono per niente utili al cittadino. Perché devo come cittadino richiedere un certificato a una amministrazione e poi consegnarlo a un’altra o a un privato? Perché questi soggetti (magari con mia autorizzazione) non si parlano direttamente? Perché la direttiva Bassanini di venti anni fa è sistematicamente ignorata? Essa prevede che una amministrazione non possa chiedere ad un cittadino una informazione che è già in possesso di altre strutture pubbliche. Ha senso digitalizzare procedimenti che sono intrinsecamente sbagliati e che addirittura eludono leggi stesse dello stato?
Invochiamo sistematicamente le collaborazioni pubblico-privato: perché non hanno luogo? Perché facciamo fatica ad avere servizi integrati e efficienti? Forse perché non siamo in grado di identificarci? I temi da affrontare sono altri (li accenno per sommi capi):
- ripensamento delle leggi, delle norme, dei processi e delle strutture organizzative delle amministrazioni.
- integrazione e razionalizzazione delle basi di dati delle diverse amministrazioni. Quanti dati replicati e incongruenti abbiamo in giro per il paese!
- strumenti per l’interoperabilità, cioè dialogo diretto tra sistemi informatici di strutture pubbliche e private (integrazione dei back-end).
- consolidamento degli applicativi e razionalizzazione della spesa che liberi risorse per nuovi servizi utili al cittadino.
- ripensamento dei processi di procurement e di interazione del pubblico con il mercato.
- investimenti in competenze e nuovi modelli di valutazione del personale delle amministrazioni pubbliche.
- promozione della cultura digitale e di un approccio consapevole al mondo di internet.
Sono capitoli enormi che meriterebbero di essere affrontati singolarmente in modo estremamente dettagliato. Su questi temi non stiamo lavorando o non stiamo lavorando come dovremmo. Ci siamo (quasi) sempre preoccupati di cose che si vedono: i portali, Spid, le app, le tessere più o meno digitali (ognuno si fa le sue), i sistemi di pagamento. Abbiamo ignorato i problemi più strutturali e profondi. Per molto tempo abbiamo continuato a pensare che i problemi del paese risiedessero nei front-end, cioè nei sistemi e nelle applicazioni (le app!) direttamente utilizzabili dagli utenti. Ci siamo fermati alla superficie, senza andare al cuore dei problemi.
Il back-end non funziona
In realtà, i problemi più critici del nostro paese risiedono nella inadeguatezza dei back-end, cioè in tutto ciò che concerne la struttura e organizzazione dei processi e dei sistemi informatici di supporto. È questo snodo che non permette di creare servizi più evoluti o, ancora più importante, eliminare ciò che spesso chiamiamo “servizi” e che sono solo adempimenti che l’amministrazione ribalta sui cittadini. Perché io cittadino devo portare/spedire documenti (anche via email) da una amministrazione a un’altra? A che mi serve? Perché chiamiamo queste cose servizio? Servizio per chi?
Prima il professor Alessandro Osnaghi (allora direttore del Centro Tecnico) alla fine degli anni Novanta e poi nel piano triennale varato da Diego Piacentini, era stato definito un modello a più livelli che vedeva nello sviluppo del modello di interoperabilità e degli ecosistemi verticali gli snodi essenziali per imprimere un deciso cambio di passo nel processo di digitalizzazione e innovazione del paese. Ma su questi temi continuiamo ad essere fermi. Perché? Perché parliamo sempre di Spid e non di altro?
Da anni stiamo parlando solo di alcuni progetti che furono identificati e impostati da Francesco Caio nel 2013 e poi rilanciati da Diego Piacentini alcuni anni dopo: Spid (per l’appunto), Anpr (Anagrafe nazionale popolazione residente), fatturazione elettronica e sistemi di pagamento. Giusti o sbagliati che fossero, parliamo sempre e solo di queste cose. Perché? Perché Caio e Piacentini seppero darsi delle priorità e mettere in campo azioni atte a “eseguire” conseguentemente tutto ciò che era necessario per perseguirle. Oggi troppo spesso non si ha visione strategica, non si sa scegliere, o si sceglie ciò che è più comodo da portare avanti per ignoranza o per quieto vivere. E soprattutto non si sa eseguire (l’execution!).
Dire alle amministrazioni di usare Spid non cambia di molto la loro vita: i sistemi informatici devono essere adeguati, ma nella sostanza quelli rimangono. Al contrario, ripensare la struttura e organizzazione delle basi di dati e dei back-end sconvolge processi, modelli organizzativi e anche catene di fornitura. Non è un caso che Anpr (che consolida 8.000 anagrafi in un unico archivio) abbia richiesto così tanto tempo e sforzi così ingenti per essere condotto in porto (ci siamo quasi …).
Il tema di fondo, quindi, non è affidare a Spid proprietà salvifiche che non ha mai avuto e che mai avrà, quanto avere il coraggio, la lungimiranza, la perseveranza e la capacità di affrontare una volta per tutte i problemi di fondo che bloccano l’innovazione nelle nostre amministrazioni. Non è un tema di parte. Non è qualcosa che deve caratterizzare la battaglia politica e partitica. Deve essere un impegno pluriennale (decennale) bipartisan che faccia convergere tutte le competenze ed energie del paese per incidere realmente e in profondità sulla macchina dello stato, sulla cultura degli amministratori e dei dipendenti pubblici, sui processi di procurement e di interazione con il mercato, sui fornitori e gli operatori del settore.
È un cambiamento profondo e difficilissimo da attuare. Su questo dobbiamo impegnarci. Su questo si misura la volontà di servire il paese e di promuoverne seriamente e realmente lo sviluppo e la crescita.
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