La consegna slitta al 2023. Open Fiber ha una strategia per anticipare al 2022. Finora solo 100 i Comuni in cui la fibra è stata collaudata.

Banda ultralarga (Getty Images)
Banda ultralarga (Getty Images)

A cinque anni dal varo, il piano nazionale per la banda ultralarga segna ufficialmente quota 100. Tanti sono i Comuni in cui è stata posata e collaudata la fibra ottica finanziata dallo Stato. Cento su 6.263, quasi l’1,59% del totale. Ufficiosamente, invece, è a quota 200, al 3,19%, perché in altrettante città la fibra fino a casa è già in commercio. Ma, che si prediliga l’uno o l’altro dato, il verdetto è lo stesso: il piano banda ultralarga (bul) è in ritardo.

Stando ai piani iniziali, i lavori per connettere con reti ad alta velocità anche quel 40% di italiani che abita nelle cosiddette aree bianche (ossia le zone in cui nessuna compagnia telefonica investirebbe senza un sussidio, perché rischierebbe di non rientrare dei costi) si sarebbero dovuti concludere nel 2020. La consegna, però, è slittata in avanti. Di due anni o tre anni.

A determinare se il cantiere banda ultralarga si chiuderà nel 2022 o nel 2023 è la trattativa in corso tra Open Fiber, la società di telecomunicazioni che si è aggiudicata le tre gare, e Infratel, la spa pubblica responsabile del piano. L’ultima tabella di marcia in mano a quest’ultima fissa il traguardo nel 2023. Entro la fine di quest’anno la stima è di collaudare le reti in altri 906 Comuni. Però, a quanto risulta a Wired da fonti vicine all’operazione, Open Fiber ha messo a punto un programma che arriva al 100% dei Comuni connessi nel 2022, ora in fase di valutazione da parte dei vertici di Infratel.

Il fischio d’inizio

Il programma banda ultralarga accende i motori nel 2015. Allora il presidente del consiglio, Matteo Renzi, traccia la strategia per colmare il divario digitale. Obiettivo: dotare entro il 2020 l’85% della popolazione, i poli industriali, gli edifici pubblici (come scuole, ospedali e municipi), le località turistiche con una connessione di 100 megabit al secondo (Mbps) e fibra fino a casa (ftth). E raggiungere il restante 15% con almeno 30 Mbps. Ad aggiudicarsi le tre gare per le aree bianche, valore 2,4 miliardi ma vinte a 1,4 miliardi, è Open Fiber (partecipata al 50% da Enel e Cassa depositi e prestiti), che ottiene una concessione ventennale.

La strada, però, appare in salita. Dall’ultimo report ufficiale di Invitalia (l’agenzia per l’attrazione degli investimenti partecipata dal ministero dello Sviluppo economico, che a sua volta controlla Infratel), consultato da Wired, alla fine del 2019 solo il 24% delle unità immobiliari coinvolte nel piano risultano connesse. L’avanzamento è a macchia di leopardo. In Lombardia, per esempio, le connessioni raggiungono il 22% dei destinatari, ma su 1,3 milioni di unità, tanto che in numeri assoluti, è la regione con il numero più alto di collegamenti da realizzare (306.451). In percentuale, finora vince la maratona l’Umbria, che ha già 49.254 unità raggiunte dalla fibra sulle 116.923 censite.

Gli ostacoli

Di questo passo, si chiuderebbe nel 2023, ma Open Fiber vuole premere sull’acceleratore. Se 100 sono i Comuni finora ufficialmente collaudati, nel doppio la fibra è già in vendita. La società, d’altronde, lamenta da mesi le difficoltà burocratiche per aprire i cantieri, nonostante un piano di semplificazioni. Basta raccogliere il 70% dei permessi necessari a scavare per ottenere da Infratel il via libera al progetto. E la commercializzazione può iniziare prima del collaudo, fase che mette la parola fine ai lavori.

Tuttavia molti degli enti che hanno voce in capitolo impiegano dai 6 ai 12 mesi per accendere il semaforo verde, allungando i tempi di un cantiere aperto ufficialmente da Open Fiber nel 2018. Lo stesso ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, nel tracciare le sue linee programmatiche in materia di comunicazioni, ha ammesso: “Il piano ha registrato alcuni rallentamenti nell’avanzamento dovuti a una molteplicità di fattori, quali il ritardo nella concessione di permessi e di autorizzazioni a livello locale e, quindi, nel passaggio alla progettazione esecutiva”.

Soldi e scadenze

I ritardi del piano banda ultralarga hanno fatto drizzare le antenne alle regioni, preoccupate di perdere i fondi regionali dell’Unione europea. “I ritardi accumulati fino ad oggi non sono in alcun modo giustificabili ed il rischio di perdere i finanziamenti europei si profila come una concreta ipotesi di danno erariale”, ha attaccato lo scorso 28 gennaio il deputato leghista Massimiliano Capitanio, in Commissione poste, trasporti e telecomunicazioni alla Camera.

Per Mirella Liuzzi, sottosegretario del Mise, non c’è pericolo: “Allo stato non si prevedono rischi di perdita di fondi Ue”. Due le ragioni: da un lato, la maggior parte dei fondi scade nel 2022, quindi un’accelerazione dei lavori basterebbe a chiudere il piano in tempo. Dall’altro, Bruxelles si basa su rendiconti che misurano sia la percentuale di Comuni collaudati, sia quella del più generale stato di avanzamento lavori. In parallelo il governo sta trattando con la Ue per sbloccare 1,7 miliardi ai voucher per la banda. Una misura approvata nel 2017 ma ancora al palo.

La palla del piano bul passa ora ai nuovi vertici di Infratel. A fine gennaio il Movimento 5 Stelle ha piazzato due nomi fidati al timone dell’in-house. Amministratore delegato è diventato Marco Bellezza, ex consigliere per l’Innovazione del predecessore di Patuanelli, Luigi Di Maio. Alla presidenza Eleonora Pratesi, considerata di area pentastellata. La banda ultralarga è un’urgenza nazionale, dato che in Italia gli abbonamenti arrancano. Il Digital economy and society index (Desi), indice stilato dalla Commissione europea, attribuisce all’Italia una media dell’8% di abbonamenti a 100 Mbps, contro una media comunitaria del 20%. Tanto che nella diffusione della banda ultralarga, il Belpaese si piazza al 24esimo posto sui 28 (ormai 27) della Ue.

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