AGI – La parola d’ordine al Nazareno è stabilità: il Partito Democratico osserva con preoccupazione quanto avviene nel M5s, dopo la sentenza di Napoli che ne ha azzerato di fatto i vertici. Ma non solo. A preoccupare è il quadro complessivo di frammentazione e lacerazione all’interno dei partiti e nelle coalizioni, spiegano dal quartier generale Pd, dove la speranza è che “si possa risolvere presto e in modo ordinato questa fase” post Colle.

Il Partito democratico, è il ragionamento, in questa fase è sempre più una sorta di ‘centro di gravità permanente’ del governo Draghi. Per questa ragione i dem sperano che “questo scenario post Colle” possa trovare al più presto un punto di caduta tale da “rendere proficuo l’ultimo anno di legislatura”.

Il rischio da scongiurare è “che questo stato di lacerazione possa vanificare l’appello del Presidente della Repubblica” sul quale i dem hanno chiesto di aprire una sessione parlamentare. A scandagliare i dirigenti del Pd emerge la stessa preoccupazione, unita al rispetto per le dinamiche che riguardano un’altra forza politica.

Ma anche a un certo stupore per quanto sta avvenendo: “Si tratta di un unicum nella storia della Repubblica“, ossserva un parlamentare di primo piano sottolineando che mai, prima di oggi, gli organi di vertice di un partito erano stati azzerati da un tribunale in sede civile. In passato ci sono state dispute sulla proprietà dei simboli di questo o quel partito, seguite a scissioni talvolta traumatiche. “Ma in questo caso”, osservano dal fronte dem, “non c’è niente di tutto questo: un semplice atto amministrativo sospende l’intero statuto di un partito”.

Un precedente che riporta in auge il tema della riforma dei partiti. Perché, ex malum bonum, se un insegnamento si può cogliere dalla vicenda che ha portato al congelamento della leadership di Giuseppe Conte, questo è “la necessità di mettere mano una volta per tutte alla legge sui partiti, ex articolo 49 della Costituzione”, come dice un esponente di spicco del Pd.

Ciò a cui ci si riferisce è la “laconicità” utilizzata dai padri costituenti nell’affrontare il tema dei partiti, considerati come libere associazioni di cittadini. Definizione che ha lasciato campo aperto alle interpretazioni, così da far fiorire innumerevoli “forme partito”, ultima quella tendente alla democrazia diretta dell’uno vale uno dei Cinque Stelle.

Una necessità, quella della regolamentazione dei partiti, segnalata anche fuori dal Pd: “La sentenza del Tribunale di Napoli ripropone in maniera serissima una questione non più rinviabile. Una legge sui partiti che normi erga omnes la vita democratica interna. In applicazione dell’articolo 49 della Costituzione. Perché oggi tocca a Conte, domani può accadere a chiunque altro“, scrive il fondatore di Articolo Uno, Arturo Scotto, su Twitter.

Al di là di questo, nel Pd rimane il principio di non ingerenza negli affari altrui. E questo per almeno tre ragioni: la prima è il rispetto dovuto a “una fase di crescita del M5s”, come la chiama Francesco Boccia, “che è indispensabile in un partito che discute. Altrimenti non è più un partito, ma una caserma”, chiosa il responsabile Enti Locali del Pd.

La seconda è che occorre capire le reali conseguenze della sentenza di Napoli. La terza è per la storia stessa del Pd: i dem sanno bene cosa voglia dire essere sottoposti a fibrillazioni interne e a lotte intestine. Di fronte a tutto questo, il segretario Enrico Letta – e con lui l’intero stato maggiore del Partito Democratico – rimane concentrato sulla proposta di portare in Parlamento l’agenda Mattarella per il Paese. Domani dovrebbe tenersi la prima capogruppo utile per portare l’agenda al vaglio degli altri partiti.

Nel Pd si confida che quanto sta accadendo in casa degli alleati non avrà impatto sul percorso della proposta avanzata dalle capogruppo Debora Serracchiani e Simona Malpezzi agli altri partiti: l’agenda Mattarella, viene spiegato, riguarda le forze in parlamento, non i leader dei partiti. Questo non significa che non ci sia preoccupazione: “Quando sui partiti arrivano i tribunali, non c’è mai da stare tranquilli”, osserva una fonte parlamentare: “Speriamo che le tensioni politiche non si scarichino sul governo”.  

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