Nell’impact report dal titolo Purporse moves us, l’azienda racconta le sue sfide in vari campi, dalla sostenibilità all’inclusione passando per l’impatto sulle comunità

(foto: Alex Tai/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

Inclusione e rispetto dell’ambiente: anche per le multinazionali la strada è tracciata, perché al passato non si torna. Nike ha divulgato il suo Impact Report che guarda all’arco di tempo compreso tra il 1° giugno 2018 e il 31 maggio 2019.

Tra gli highlight, la crescita della rappresentanza delle donne a livello globale in posizioni apicali (come quella di vicepresidente), a +3% rispetto al 2018 (si attesta al 39%); gli investimenti (da 81 milioni di dollari) nelle comunità (per spingere in particolare i più giovani a muoversi e ad allenarsi, ma anche per formare allenatori); e poi gli le sfide per l’ambiente che guardano al 2025 per l’utilizzo generalizzato di energia rinnovabile nelle facility di proprietà o gestite dalla multinazionale. Il tema della sostenibilità non riguarda solo le fonti con cui vengono alimentati gli impianti ma investe altre dinamiche, ad esempio l’utilizzo dei materiali alternativi nelle varie linee di prodotto. Il brand riconosce di aver nel tempo “compiuto progressi significativi nell’uso di materiali sostenibili nell’abbigliamento” ma con più difficoltà nell’ambito del segmento delle calzature: ci vuole più tempo per ripensare prodotti iconici nell’immaginario del pubblico senza deludere le aspettative dei consumatori.

Fare la propria parte a servizio del pianeta, e dei territori in cui si è presente con le proprie strutture produttive, è un compito a cui non possono più sottrarsi le aziende. Se le priorità sono in larga parte condivise a cambiare è il punto di osservazione da cui muoversi per raggiungere l’obiettivo. Interessante, in questo senso, la lettera del ceo John Donahoe, che apre il report sull’anno di Nike: come scrive il manager, il cambiamento climatico sta già impattando sullo sport e sull’andamento delle competizioni (in particolare quelle outdoor per esempio) e le aziende del settore non possono stare ferme, devono evolvere rapidamente sul fronte del business per rispondere ai bisogni degli atleti. L’urgenza dell’impegno a favore della sostenibilità nasce anche da queste riflessioni: come hanno dimostrato i recenti Australian Open, e le preoccupazioni pre-torneo a causa dei devastanti roghi, lo sport è uno dei settori dove i problemi ambientali rischiano di fiaccare gli eventi e produrre perdite economiche. Insomma, senza un pianeta vivibile è difficile pensare di fare sport, uno strumento di coesione secondo Donahoe in “una società più frammentata che mai”.

Ci sono buoni motivi anche per spingere i giovani a fare sport, attraverso operazioni di community impact: come si legge nel report, il mondo si muove meno e i bambini di oggi “sono i meno attivi di sempre”. Un tema di salute e benessere, certo, ma anche un potenziale target che in futuro potrebbe venire meno alla pratica sportiva.

I margini per innovare sono importanti per una realtà che, come spiega la sezione del report We Minimize, utilizza una vasta gamma di materiali come tessuti, polimeri e altri componenti per creare capi. C’è bisogno quindi, per impattare meno sull’ambiente, di utilizzare materiali più sostenibili e spingere sul fronte del riuso, della circolarità e in genere della riduzione degli sprechi lungo tutta la catena di approviggionamento.

Nell’anno fiscale a cui il report fa riferimento, diversi materiali riciclati sono stati utilizzati nel 76% dei prodotti legati al footwear e all’abbigliamento, dalle tomaie delle calzature alle magliette; continua anche lo sforzo per riciclare le bottiglie di plastica, per ottenee poliestere da utilizzare nei prodotti (oltre un miliardo le bottiglie trattata nel Fy 19). Tuttavia, l’analisi ribadisce che non è facile raggiungere l’obiettivo della contrazione dell’impronta del carbonio per unità di prodotto, in quanto in alcune regioni della supply chain l’utilizzo dei  combustibili fossili resta alto e, a causa di tendenze recenti, anche l’abbigliamento si è fatto più pesante e richiede quindi più materiale per ogni singola unità.

Per sentire il polso della forza lavoro l’azienda ha, infine, condotto una Engagement and Wellbeing survey, che ha coinvolto oltre 27 mila persone in undici paesi e 45 stabilimenti, per dare anche ai fornitori più insight sulle condizioni lavorative dei dipendenti.

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