Città in quarantena, voli sospesi, abbracci vietati e il rischio di una recessione globale: il mondo che abbiamo costruito è più fragile di quanto avessimo immaginato

È emerso a dicembre in un mercato di Wuhan, una megalopoli della Cina centrale abitata da 11 milioni di persone che molti di noi probabilmente non avevano mai sentito nominare. E appena tre mesi dopo, sfruttando la rete globale dei nostri corpi sempre in movimento, è arrivato in ogni angolo del pianeta. Il nuovo coronavirus fa tremare i polsi ai governi di mezzo mondo e niente sembra capace di arrestarne la diffusione. Eppure, nella nostra atavica lotta contro gli agenti patogeni, pensavano di avere acquisito un certo vantaggio.

Victoria Peak Hongkong

Dopo millenni di umiliazioni, abbiamo inventato microscopi per dare un volto a questi subdoli nemici invisibili, sviluppato vaccini, antibiotici e antivirali per proteggerci e combatterli, perfezionato tecnologie sempre più sofisticate per violare l’intimità del loro codice genetico e allestito un sistema di sorveglianza internazionale per allertare in tempi rapidi l’emergere di ogni nuova minaccia. Ma quel che stiamo vivendo dimostra che siano ben lontani dall’esserci lasciati alle spalle le malattie infettive. Anzi, dobbiamo riconoscere che per fronteggiare il contagio siamo ancora costretti a ricorrere alle stesse difese di sempre: curare l’igiene, isolare i casi sospetti, mettere in quarantena i focolai, assistere i malati più gravi senza cure specifiche.

Il fatto è che anche gli agenti patogeni hanno tratto vantaggio dalla modernizzazione. Il mondo che abbiamo costruito, infatti, avvicina le persone: oltre metà della popolazione mondiale, sempre più numerosa, vive in città spesso sovraffollate, e si sposta da una città all’altra in poche ore con aerei e treni ad alta velocità, facilitando la trasmissione di virus e batteri. Inoltre, la deforestazione e l’espansione degli insediamenti urbani verso zone rurali, insieme alla diffusione degli allevamenti intensivi e del commercio di specie selvatiche, avvicinano le persone anche agli animali che possono agire da serbatoio per l’emergere di nuovi patogeni.

Tutto questo rende le nostre società più vulnerabili al rischio di pandemie. In un mondo affollato e iperconnesso, l’emergere di un virus sconosciuto in un mercato cinese (così come del resto può accadere in un allevamento messicano di maiali, e come in effetti accadde per l’ultima pandemia, l’influenza suina del 2009), può trasformarsi nel giro di poche settimane in una minaccia globale con ripercussioni imprevedibili sulla salute, sull’economia e sulla politica internazionale.

Per contrappasso, nel tentativo di arginare il contagio oggi siamo costretti a mettere in discussione i pilastri della nostra società globalizzata, limitando gli spostamenti delle persone e trovando alternative all’interdipendenza nella catena di approvvigionamento delle merci su cui si basa l’intero modello economico, diventato a sua volta un fattore di vulnerabilità, come mostra l’arresto di intere produzioni industriali per la mancanza di componenti prodotte nelle regioni più colpite dall’epidemia.

Pure a livello nazionale, l’impatto dei provvedimenti che si sono resi necessari è senza precedenti, con la chiusura di tutte le scuole, i checkpoint intorno alle città isolate, il rinvio o la cancellazione di molti eventi pubblici, fino al tentativo di regolare comportamenti alla base della nostra socialità: la distanza minima fra le persone, le strette di mano i baci e gli abbracci. Nella consapevolezza che ogni sforzo servirà a rallentare l’epidemia – essenziale affinché il nostro sistema sanitario possa reggere l’impatto dei ricoveri ospedalieri – ma con ogni probabilità non riuscirà a fermarla. Come andrà a finire dipende più dalle caratteristiche virus che da noi, nonché da quel che succederà nelle altre nazioni, ricche o povere, di ogni continente. È la lezione di questa epidemia ai tempi dell’Antropocene, in un mondo globalizzato che crediamo fatto apposta per noi, ma che sembra piacere molto anche ai virus.

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