AGI – L’ultimo scontro nel M5s si consuma sulla regola del doppio mandato, vale a dire il divieto per i pentastellati di svolgere più di due mandati in Parlamento. Sulla carta sarebbero tutti d’accordo ma dopo il crollo alle elezioni comunali la discussione su uno dei capisaldi del ‘non partito’ è diventata il terreno di polemiche e accuse.

Qualcuno avrebbe preferito un’analisi del voto – alle Comunali di domenica scorsa il M5s ha avuto una pesante battuta d’arresto: a Genova è sceso dal 16,4% del 2017 al 4,4%, a Palermo dal 17 al 7, a Taranto dal 10 al 4, a L’Aquila dal 4,8% allo 0,7, a Viterbo dal 6,4 al 2,1, a Pistoia è all’1,8, a Cuneo e Lodi all’1,2, a La Spezia al 2%. Numeri che hanno spinto Di Maio a un laconico giudizio – “mai così male” – e a criticare la mancanza di democrazia nel Movimento.

Accuse a cui ha fatto seguito la replica di Conte che ha precisato quanto poco fosse democratico il partito fino a pochi anni fa, quando proprio Di Maio ne era il capo politico. Ma soprattutto l’ex premier ha accusato il ministro degli Esteri, senza citarlo ma parlando di generiche “fibrillazioni”, di volersi ricandidare.

Oggi è intervenuto il ‘garante’, Beppe Grillo, che ha ribadito che la regola sul doppio mandato va mantenuta. Una regola “la cui funzione è di prevenire il rischio di sclerosi del sistema di potere, se non di una sua deriva autoritaria, che è ben maggiore del sacrificio di qualche (vero o sedicente) Grande Uomo”. Dal canto suo, Di Maio ha ribadito: “Invito gli iscritti a votare secondo i principi fondamentali del Movimento, li invito io, perché questa è una forza politica che si sta radicalizzando all’indietro”.

Poi, ribadendo che nella risoluzione di maggioranza che seguirà le parole del presidente del Consiglio Draghi al Parlamento sul conflitto in Ucraina dovrà esserci “il massimo sostegno al premier”, ha criticato quelli che nel Movimento hanno strumentalizzato il viaggio del premier a Kiev. A chi, invece, lo ha fatto bersaglio di “insulti personali” ha dedicato un: “Temo che questa forza politica rischi di diventare una forza politica dell’odio”.

E se Alessandro Di Battista non entra nel dibattito e annuncia sui social un prossimo viaggio in Russia per una serie di reportage, nel Movimento il clima resta teso.

Attacca il deputato Sebastiano Cubeddu: “Conte sta cercando di ricostruire il M5s e lo sta facendo in modo democratico mentre Di Maio va per conto suo”. Parlando con l’AGI, il parlamentare 5 Stelle rimanda al mittente le critiche sulla scarsa democrazia nel ‘non partito’: “Oggi ci sono organi sociali e uno statuto molto più democratico di quando Di Maio era capo politico. Anche per questo trovo scorrette le sue critiche, proprio lui che, in modo imprudente e da megalomane, ha concentrato su se stesso più cariche (è stato contemporaneamente ministro del Lavoro, del Mise, vice presidente del Consiglio e capo politico). Per non parlare della sua condotta durante l’elezione del presidente della Repubblica”.

Parla di Movimento “verticistico” la senatrice Simona Nocerino: “Le cariche sono decise da Conte. Ha nominato i vicepresidenti e i referenti regionali, nominerà quelli provinciali e comunali. Ma non lo dico io, sono i fatti: c’è stata una votazione per confermare, e non per scegliere, i vice di Conte”.

La senatrice 5 Stelle non si specchia nella spaccatura tra contiani e dimaiani: “Queste divisioni sono più sulla carta, in tutti i partiti vedo persone che hanno idee differenti rispetto al capo politico. Dovremmo riuscire a esprimerci liberamente, arrivando poi a una linea politica comune”. E sulla risoluzione spiega: “Non possiamo andare divisi. Non siamo un paese neutrale, siamo atlantisti, nella Nato e nell’Unione europea. Siamo al governo e dobbiamo dimostrare di essere una forza politica matura, in grado di governare questo Paese. Per questo mi auguro che ci sia una risoluzione di tutta la maggioranza”.

Infine sulla regola che vieta un terzo mandato, la Nocerino sottolinea: “Se Di Maio volesse candidarsi davvero potrebbe scegliere qualsiasi partito”. Sono un’ottantina i parlamentari del M5s che non potrebbero rientrare in Aula. Tra i pentastellati che fanno parte dell’esecutivo, oltre al ministro degli Esteri, anche quello per i rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, la ministra per le politiche giovanili Fabiana Dadone, la viceministra all’Economia Laura Castelli, il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia. Tra i deputati, una cinquantina, tra cui il presidente della Camera Roberto Fico.

Poi il capogruppo Davide Crippa, l’ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, l’ex ministro delle Riforme Riccardo Fraccaro, la presidente della commissione d’inchiesta sulle banche Carla Ruocco, il presidente della commissione Politiche Ue Sergio Battelli, il presidente della commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia, il questore Francesco D’Uva, il tesoriere M5s Claudio Cominardi.

Una trentina i senatori, tra cui il primo capogruppo proprio a Palazzo Madama, Vito Crimi, la vicepresidente del Senato Paola Taverna, l’ex ministro Danilo Toninelli, il questore Laura Bottici e il presidente della commissione Bilancio Daniele Pesco.

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