AGI – Chiuso il capitolo regole, nel Partito Democratico si aprono tre fronti interni: il manifesto dei valori, la riforma dell’Autonomia e i rientro degli ex di Articolo Uno. Il primo fronte riguarda il percorso costituente ed è, al momento, il più caldo. Il manifesto dei valori rappresenta infatti la conclusione del percorso costituente avviato subito dopo la sconfitta elettorale e che avrebbe dovuto rifondare su nuove basi il Partito Democratico.

Un percorso pensato inizialmente più lungo e più incisivo, ma che si è andato via via ridimensionando nelle ambizioni – non si parla più di una rifondazione del Pd, ma di un suo aggiornamento – e nei tempi, viste le richieste arrivate da più parti di stringere i tempi per arrivare alle primarie a metà febbraio, deadline poi spostata in avanti di una settimana per la coincidenza della campagna elettorale nel Lazio e in Lombardia.

Ora, il bivio di fronte al quale si trovano i dem è quello tra votare il manifesto dei valori in assemblea, questo fine settimana, o rimandare l’appuntamento con il voto ad un’altra occasione. Fonti del Partito Democratico, infatti, avvertono il rischio che il testo, frutto di un lungo confronto fra le diverse sensibilità presenti nel Pd, possa portare a una spaccatura in assemblea per mano di chi vi potrebbe leggere un tentativo di mettere da parte i valori fondanti del Pd così come erano stati enunciati dal manifesto del 2018.

A questo riguardo, dovrebbe riunirsi il Comitato Costituente del Pd per esaminare il documento del Manifesto dei Valori, così come uscito dal percorso avviato da Enrico Letta ad ottobre. Dal Nazareno non trapela nulla, ma chi ha parlato con il segretario riferisce all’AGI che Letta “sottolinea il lavoro intenso e approfondito” che ha portato al testo. Non è escluso, inoltre, che il manifesto possa essere posto all’attenzione della Commissione Congressuale di Garanzia appena istituita e presieduta da Silvia Roggiani. Chi ha avuto modo di vedere il documento parla di contenuti “niente affatto divisivi o abrasivi”.

Il secondo nodo su cui il Pd è chiamato a misurarsi è quello dell’Autonomia. La proposta di riforma Calderoli è respinta, per il momento, tanto dalla mozione Bonaccini quanto da quella Schlein. Il Pd su questo, dovrebbe essere coperto: in Parlamento e’ stata depositata la proposta che nasce dal lavoro fatto durante il governo Conte II e rimasta lettera morta per la fine anticipata dell’esecutivo.

La ‘mediazione’ del Pd prevedeva che prima di ogni altra considerazione di tipo economica, i cosiddetti residui fiscali, si procedesse con la determinazione dei Livelli essenziali di prestazione e con la stesura di una legge quadro che mettesse al sicuro le regioni meno ricche, come quelle del Sud. Su quella proposta si sono ritrovati lo stesso Boccia – protagonista della mediazione da ministro degli Affari Regionali e delle Autonomie – e i governatori del Pd, riuniti tre mesi fa in occasione di un seminario negli uffici del Pd alla Camera.

Bonaccini, nell’occasione, era collegato da remoto. Il presidente dell’Emilia-Romagna è stato, assieme al collega del veneto, Luca Zaia, uno dei primi a parlare di autonomia differenziata: “Dire no all’autonomia differenziata sarebbe un errore politico clamoroso. Io sono di quelli che per primi la proposero”, diceva ieri Bonaccini drante il suo tour in Veneto. E aggiungeva: “Servono i livelli essenziali di prestazioni, serve una legge quadro votata dal parlamento per superare la spesa storica, e poi va tolta l’espressione dei ‘residui fiscali’ perche’, se trattieni le tasse, si avvicina più alla secessione che all’autonomia differenziata”. Quella che è, appunto, la proposta del Pd.

Sul tema, tuttavia, si registra una crescente tensione interna al partito che si manifesta anche con un botta e risposta sui social network fra Peppe Provenzano, vice segertario uscente, e lo stesso Bonaccini. A innescare il confronto e’ stato un articolo pubblicato sulla rivista Il Mulino in cui si parla di Autonomia. “Il Pd ha la stessa posizione che ho io”, commenta Stefano Bonaccini sotto al post che riporta l’articolo. A strettissimo giro arriva la risposta di Provenzano: “Non direi. In questi anni abbiamo criticato le pre-intese del 2018 e il lavoro condotto nel Conte I. Diciamo che adesso hai la stessa posizione che il Pd ha maturato dopo (prima Lep, ecc). Ora opponiamoci al progetto Calderoli senza se e senza ma”.

Sui livelli essenziali, tuttavia, la mozione Schlein fa un passo avanti. Marco Sarracino, coordinatore della Mozione, spiega che “non basta determinare i Livelli essenziali di prestazione: vanno garantiti” con risorse economiche adeguate. Altrimenti, è il ragionamento, si finisce per certificare il gap fra le regioni senza aiutare a colmarlo

Il rientro della componente di Articolo Uno

È l”ultimo fronte aperto. Una questione che sembra scontata, dato che Speranza e compagni sono parte integrante del percorso costituente. Tanto che il segretario Articolo Uno è, assieme a Enrico Letta, il presidente del Comitato Costituente. Eppure, fra i due competitor in pole position qualche sfumatura su questo tema sembra emergere. Stefano Bonaccini, interpellato sull’argomento, ha fatto capire di non avere preclusione sui nomi, “chi vuole, puo’ rientrare nel Pd”, dice aggiungendo che, a suo avviso, “il problema sono milioni di italiani che se ne sono andati, al di là dei dirigenti. Va ristabilita la connessione sentimentale con il popolo”.

Più entusiasmo mostra Elly Schlein che ci spera: “Io spero e credo di sì, anche perché abbiamo avuto percorsi non dissimili con Articolo Uno e Roberto Speranza. Anche adesso si stanno interrogando su quale contributo portare al congresso, che è costituente. Sono convinta che sia l’occasione per ritrovare l’unità di una sinistra rinnovata nel gruppo dirigente e nella visione che propone”. A scandagliare fonti di Articolo Uno il dibattito destra un certo stupore. Speranza e i suoi, è il ragionamento offerto, hanno avviato da tempo un percorso costituente, hanno partecipato alla campagna elettorale del Pd, sono stati eletti nelle liste composte assieme a Enrico Letta e ai dem.

Insomma, “ci siamo spesi”, sottolineano fonti parlamentari della componente di Articolo Uno nel gruppo Pd – Italia demoratica e progressista. Tuttavia, viene aggiunto, “c’è stato un dibattito specioso da parte di chi, come Castagnetti, sembra considerare la costituente un esercizio di stile e sembra considerare Letta e Franceschini due pericolosi bolscevichi. Nessuno di noi si mette a piangere se questo percorso non dovesse completarsi, noi non siamo di quelli che dicono una cosa e ne fanno un’altra. Continueremo a lavorare per ricostruire una soggettivita’ di centrosinistra”.

Rimane da vedere, concludono, come andra’ a finire la “diatriba” sul manifesto dei valori. Quelo del Pd “è fermo a un tempo in cu c’era ancora l’ubriacatura per Blair e Clinton. Il manifesto del 2008 dice che ‘lo Stato non deve entrare nel mercato’. Una cosa che nemmeno il Partito Liberale di Altissimo”.  

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