Ha parlato di una motivazione “che ci offende” Gemma Calabresi Milite, vedova del commissario Luigi Calabresi, assassinato da alcuni esponenti di Lotta continua nel 1972. A pochi giorni dalla sentenza della Cassazione francese che conferma il rifiuto dell’estradizione di dieci ex terroristi italiani, tra cui Giorgio Pietrostefani, tra i responsabili dell’omicidio del commissario Calabresi, la donna ha parlato agli studenti dell’Istituto Arcivescovile di Trento.
    La motivazione della sentenza, ha spiegato Gemma Calabresi Milite, “dice che è assurdo mettere in carcere delle persone perché oggi loro si sono rifatte una vita e hanno una famiglia.
    Questo ci offende, perché le nostre famiglie contano di meno.
    Forse doveva essere diversa la motivazione, con più rispetto per chi ha sofferto”. Nonostante questo, ha detto la vedova riprendendo i concetti che ha espresso nel libro ‘La crepa e la luce’, “oggi prego perché i responsabili della morte di mio marito abbiano pace nel cuore. Il perdono è proprio un dono, lo dice anche la parola. Quando riesci lo dai, e lo dai con il cuore”.
    Gemma Calabresi Milite ha ripercorso l’incontro con il marito, che aveva – ha detto – “uno humor alla Alberto Sordi” e ha poi raccontato quanto accaduto la mattina del 17 maggio 1972, quando il marito, dopo aver scambiato la cravatta che portava addosso con una cravatta bianca, poco prima di uscire per l’ultima volta di casa le disse: “Questo è il simbolo della mia purezza”.
    “È stato un testamento”, ha detto la vedova rivolta agli studenti, a cui ha lanciato un appello: “Quando siete in gruppo, non diventate gregge, mantenete un pensiero critico, un pensiero libero. Prima di condannare una persona informatevi, cercate di sapere, di conoscere, di capire. Perché in quegli anni tanti gridavano, ma pochissimi pensavano”.
    Dopo l’uscita del libro, a margine di molti incontri pubblici “molte persone mi hanno detto, con le lacrime agli occhi, ‘Anche io ho gridato contro suo marito in manifestazione'”, ha ricordato la vedova Calabresi parlando delle accuse rivolte al marito per il caso dell’anarchico Pinelli. Riguardo alla causa di beatificazione per il commissario Calabresi, di cui si è parlato e che in questo momento è ferma, ha però detto che “per me lui era un santo di tutti i giorni, non un santo da proclamare da parte della Chiesa”. 
   

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