Il social network oscura pagine e gruppi solidali col popolo curdo. Giusto che un’azienda privata scelga, a sua discrezione, cosa possiamo o non possiamo leggere?

È passato poco più di mese da quando esultavamo per la pulizia dai social delle pagine fasciste italiane. Diversi profili, come quelli ufficiali di CasaPound e Forza Nuova ma anche quelli dei loro leader e militanti, erano stati cancellati a inizio settembre perché incoerenti con la policy di Facebook e Instagram. “Non c’è spazio per le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono”, aveva spiegato Facebook. In pratica, i social network avevano fatto quello che non stava facendo lo Stato: difendere la Costituzione italiana, che vieta ogni tipo di discriminazione così come l’apologia del fascismo. La pulizia dei social network dal cancro fascista era allora una buona notizia, o così sembrava.

In realtà in diversi avevano sollevato delle perplessità. Non tanto per la cancellazione, quanto piuttosto per l’assenza di linee guide ben definite riguardo a questa cancellazione. Nel caso delle pagine fasciste, si trattava effettivamente di realtà che per legge non dovrebbero esistere. Nella loro eliminazione non c’era alcun attacco alla democrazia, nessun attentato alla libertà di opinione, per il semplice fatto che l’opinione fascista non è legittima. Il timore, però, era che si fosse creato un precedente per un taglio discrezionale, nel futuro, di tutto ciò che potesse risultare scomodo ai big della Silicon Valley. Si chiedeva allora più trasparenza, così da comprendere chi, cosa e perché fosse stato chiuso. Mancava, insomma, chiarezza su come funzionasse il filtro social.

Oggi ci siamo resi conto che queste perplessità erano fondate. Nelle ultime ore i social hanno censurato diversi contenuti: non fascisti, ma di solidarietà al popolo curdo, massacrato dall’offensiva militare turca. Una foto del reporter Michele Lapini scattata a Bologna durante un corteo è stata rimossa. La pagina di Binxet – Sotto il Confine, un documentario sulla resistenza del Rojava, è stata oscurata. Anche la pagina della Rete Kurdistan Cosenza è stata chiusa, così come quella di Palermo solidale con il Popolo curdo.

La stessa sorte è capitata a diverse pagine di informazione molto attive in questi giorni sulle vicende del Kurdistan siriano, come Contropiano, Dinamopress, Infoaut, MilanoinMovimento, GlobalProject, Radioondadurto. Insomma, quanto successo poco più di un mese fa a chi diffondeva messaggi fascisti di odio e xenofobia via social network, oggi sta capitando a chi fa informazione su uno dei più truci massacri degli ultimi tempi, contestando le azioni del dittatore Erdogan.

Negli algoritmi di Facebook e di Instagram c’è qualcosa che non va. E soprattutto nel caso curdo, questo è molto grave: si tratta di una guerra che si sta combattendo in campo militare ed economico, ma anche in quello dell’informazione. Erdogan ha ricevuto contestazioni da tutto il mondo e mai come ora ha bisogno di costruirsi un profilo più piacente, in patria e all’estero. Il fatto che quei contenitori dove oggi viene veicolata la maggior parte dell’informazione, i social appunto, stiano oscurando chi racconta le atrocità ai danni delle popolazioni del Rojava, non fa altro che alimentare il gioco del despota turco.

Pensare che l’accessibilità a certi contenuti dipenda dalla discrezionalità di un’azienda privata quale è Facebook è un qualcosa che non fa bene alla libertà di stampa ed espressione, alla democrazia insomma. Certo, nessuno ci obbliga a frequentare queste piattaforme, ma in un momento storico in cui più della metà degli italiani, o degli americani, leggono notizie trovate sui social network, non si possono ignorare le conseguenze del filtro che questi applicano sull’informazione.

Facebook dichiara da sempre di agire in nome della neutralità, ma non è questo il caso. Da una parte abbiamo una violazione massivi dei diritti umani, dall’altra un autoritarismo militare. Facebook, implicitamente, sta prendendo le parti del secondo. Dov’è, allora, questa neutralità?

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