Non ho mai creduto che la vita di Ezio potesse finire così presto e non l’ho mai visto come una persona fragile o malata: dopo cinque minuti passati con lui ti convincevi che i malati fossero tutti gli altri“. Così Alba Parietti parla di Ezio Bosso in una lunga e commossa lettera scritta per Chi, a pochi giorni dalla morte del musicista e compositore. Con Bosso, che ci ha lasciati a soli 48 anni per una grave malattia neurodegenerativa, Alba aveva un rapporto intenso e durato anni (il gossip tempo fa insinuò una possibile frequentazione): un legame di cui ha voluto parlare del suo omaggio all’artista.

Ezio sapeva sdrammatizzare e sapeva portarti immediatamente lontano dal pensiero della sua condizione. Non amava farsi commiserare, aveva alcune durezze nel carattere che oggi suonano come una forma di difesa, per sé e per gli altri. Sapeva che, chi si fosse affezionato a lui, avrebbe sofferto. Bosso era fragile fisicamente ma fortissimo di carattere, era un uomo che metteva in dubbio ogni tua certezza, conoscerlo è stato un dono raro. Perché parlo di lui? Perché sono abituata a manifestare i miei stati d’animo e perché voglio rendere omaggio a una persona che ha lasciato un segno nella mia vita e anche in quella di chi non lo conosceva. Voglio che il mio sia un omaggio sincero, scevro da qualunque lettura maliziosa.

Il fascino di Ezio Bosso

Alba Parietti spiega di aver conosciuto Bosso molti anni fa e di essere rimasta “folgorata” dalla sua ospitata al Festival di Sanremo 2016: “Fu come un’apparizione“. Da quel momento, iniziò a frequentarlo e ad andare ai suoi concerti. “Di lui ho amato la sua anima geniale, il suo carattere deciso e la sua intelligenza raffinata, la sua capacità di decidere la trama dei propri rapporti, di guidare lui le danze“, continua la Parietti, che mette in chiaro come Bosso non fosse “in balia degli altri“, ma semmai “della sua malattia e per questo non voleva sentirsi compatito o suscitare tenerezza“. Ne esce il ritratto di un uomo grandioso, autoironico e capace di scherzare sulla sua malattia, ma soprattutto dotato di immenso fascino (“Qualsiasi donna, ma direi qualsiasi essere umano, conoscendolo, non poteva che innamorarsi della sua personalità istrionica“). Un fascino indipendente dalla sua condizione fisica derivante dalla patologia autoimmune che ha segnato l’ultima parte della sua vita e gli era stata riscontrata nel 2011, dopo un’operazione per un tumore al cervello.

Sapeva ammaliarti, portarti in un altro mondo, sentire un suo concerto era una cosa che ti faceva volare quando uscivi dal teatro, non era più la persona di prima. (…) Sconvolgeva ogni tua struttura, ti trascinava e ti metteva in una bolla.

Il rapporto tra Bosso e Alba Parietti

I funerali di Ezio Bosso si sono svolti in forma privata e la famiglia ha chiesto il massimo rispetto della privacy. Moltissimi sono i personaggi dello spettacolo che gli hanno reso omaggio pubblicamente, tra cui la stessa Alba Parietti che ha parlato di dolore inaccettabile. Poco o nulla si sapeva della sua vita privata, a parte l’esistenza di una lunga relazione con una donna di nome Anna Maria che era stata per anni la sua compagna e poi era diventata sua assistente. Mai chiariti del tutto i rapporti con la Parietti, e lei stessa preferisce non commentare i pettegolezzi ma restituire l’intensità del loro legame e rendere omaggio sia all’artista che all’uomo, decantandone le grandi doti musicali e la forte personalità.

Avevo imparato a conoscerlo e non era facile, non era facile essergli amico, non era facile amarlo, con lui non ho mai potuto decidere niente e ho sempre e solo accettato le regole che lui stabiliva. (…) Per questo ho trattato Ezio come trattavo tutti, e questa è la mia più grande colpa e il più grande sollievo. Perché non avevo filtri, mi piaceva provocare le sue reazioni, avevamo un rapporto schietto e questa è stata la cosa più bella. Ho sempre volato sopra gli stereotipi, la banalità le condizioni fisiche, sopra qualsiasi cosa. Certo, a volte abbiamo anche discusso, perché era “inafferrabile”, sfuggente. Lo trattavo come una persona sana e lui diceva che, quando non sbroccavo, ero una persona meravigliosa. Ammetto di aver sbroccato, e forse lui si divertiva perché era uno che aveva una sua vanità, e vorrei che la gente non lo dipingesse come un povero ragazzo sfortunato perché era un uomo pieno di charme, di donne che avrebbero fatto qualsiasi cosa per stare con lui, consapevole dei suoi poteri. Era tante cose, tutto e il contrario di tutto, impossibile non innamorarsi della sua persona. Ci siamo detti tante cose, ho passato giornate intere a piangere guardando il soffitto pensando a quanto fosse tragico il suo destino e volevo convincermi che non fosse così. Di lui amavo più i difetti che i pregi perché erano la sua forza, come quella capacità che molti avranno sperimentato su piani diversi di sedurti e lasciarti senza fiato e senza speranza. Questa era la sua magia, con un tocco di bacchetta ti faceva avvicinare e con un altro ti teneva lontano, era anche il suo modo di proteggere i rapporti, di tenerli sospesi, di non definirli.

Nei post sotto, la lettera integrale.

Ho avuto il privilegio di conoscere Ezio Bosso, un uomo di grande carisma e fascino. Un artista talmente intrigante che avrebbe potuto essere il più bel romanzo di Oscar Wilde. Non ho mai creduto che la vita di Ezio potesse finire così presto e non l’ho mai visto come una persona fragile o malata: dopo cinque minuti passati con lui ti convincevi che i malati fossero tutti gli altri. Perché Ezio sapeva sdrammatizzare a sapeva portarti immediatamente lontano dal pensiero della sua condizione. Non amava farsi commiserare, aveva alcune durezze nel carattere che oggi suonano come una forma di difesa, per sé e per gli altri. Sapeva che, chi si fosse affezionato a lui, avrebbe sofferto. Bosso era fragile fisicamente ma fortissimo di carattere, era un uomo che metteva in dubbio ogni tua certezza, conoscerlo è stato un dono raro. Perché parlo di lui? Perché sono abituata a manifestare i miei stati d’animo e perché voglio rendere omaggio a una persona che ha lasciato un segno nella mia vita e anche in quella di chi non lo conosceva. Voglio che il mio sia un omaggio sincero, scevro da qualunque lettura maliziosa. Avevo conosciuto Ezio Bosso molti anni fa e lo avevo rivisto a Sanremo nel 2016, l’anno in cui fu ospite di Carlo Conti e, come tutti gli italiani, rimasi folgorata dalle sue parole e dalla sua musica, fu come un’apparizione. Da allora ho avuto l’occasione di frequentarlo, conoscerlo meglio, di andare ai suoi concerti. Di lui ho amato la sua anima geniale, il suo carattere deciso e la sua intelligenza raffinata, la sua capacità di decidere la trama dei propri rapporti, di guidare lui le danze. Ezio non era in balia degli altri, casomai, purtroppo, era in balia della sua malattia e per questo non voleva sentirsi compatito o suscitare tenerezza. Aveva grande fascino, qualsiasi donna, ma direi qualsiasi essere umano, conoscendolo, non poteva che innamorarsi della sua personalità istrionica. Mi ha sempre dato fastidio quando lo descrivevano come uno che “commuove” perché in questo termine c’è anche un sentimento legato alla sua condizione, mentre lui sapeva ammaliarti, portarti in un altro mondo, sentire un suo concerto era una cosa che ti faceva volare ( Chi)

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quando uscivi dal teatro, non era più la persona di prima. Ho riascoltato in questi giorni le sue composizioni, brani come “Rain in your black eyes” passeranno alla storia, è uno dei pezzi più potenti che abbia mai sentito: impetuoso, dolce e toccante, come Ezio. Quando ascoltavi la sua musica dal vivo venivi rapito e portato in un’altra dimensione, era come il pifferaio magico, attraverso la sua musica sapeva raccontarsi anche con sarcasmo e senso dell’umorismo, riusciva a ridere della tragedia della sua malattia e portarti nel profondo della sua anima, sconvolgeva ogni tua struttura, ti trascinava e ti metteva in una bolla. Avevo imparato a conoscerlo e non era facile, non era facile essergli amico, non era facile amarlo, con lui non ho mai potuto decidere niente e ho sempre e solo accettato le regole che lui stabiliva. Dirigeva la vita come dirigeva un’opera. Eravamo veramente amici. Era spiritosissimo, coltissimo, misteriosissimo, il mistero fatto a persona. Ci ha lasciato senza avvisarci, senza farci presagire il destino che forse conosceva ma che avrei scommesso non si sarebbe mai palesato, non credevo nemmeno all’evidenza della sua malattia perché la trovavo inaccettabile. Per questo ho trattato Ezio come trattavo tutti, e questa è la mia più grande colpa e il più grande sollievo. Perché non avevo filtri, mi piaceva provocare le sue reazioni, avevamo un rapporto schietto e questa è stata la cosa più bella. Ho sempre volato sopra gli stereotipi, la banalità le condizioni fisiche, sopra qualsiasi cosa. Certo, a volte abbiamo anche discusso, perché era “inafferrabile”, sfuggente. Lo trattavo come una persona sana e lui diceva che, quando non sbroccavo, ero una persona meravigliosa. Ammetto di aver sbroccato, e forse lui si divertiva perché era uno che aveva una sua vanità, e vorrei che la gente non lo dipingesse come un povero ragazzo sfortunato perché era un uomo pieno di charme, di donne che avrebbero fatto qualsiasi cosa per stare con lui, consapevole dei suoi poteri. Era tante cose, tutto e il contrario di tutto, impossibile non innamorarsi della sua persona. Ci siamo detti tante cose, ho passato giornate intere a piangere guardando il soffitto pens

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Ci siamo detti tante cose, ho passato giornate intere a piangere guardando il soffitto pensando a quanto fosse tragico il suo destino e volevo convincermi che non fosse così. Di lui amavo più i difetti che i pregi perché erano la sua forza, come quella capacità che molti avranno sperimentato su piani diversi di sedurti e lasciarti senza fiato e senza speranza. Questa era la sua magìa, con un tocco di bacchetta ti faceva avvicinare e con un altro ti teneva lontano, era anche il suo modo di proteggere i rapporti, di tenerli sospesi, di non definirli. Gli ultimi concerti di Ezio li faceva quasi solo dirigendo e il più bello è stato quello delle “dodici stanze” dove raccontava il rapporto fra la vita e la morte. Diceva che, secondo una teoria antica, la vita di ogni uomo è composta di dodici stanze, in ciascuna lasciamo qualcosa di noi e di tutte ci ricorderemo quando entreremo nell’ultima. Non possiamo ricordare la prima, quella in cui siamo nati, la rivedremo solo quando entreremo nell’ultima, dove tutto finisce e tutto ricomincia. E allora mi piace immaginare Ezio come un eterno ragazzo, con quel sorriso e gli occhi curiosi di un bambino, che ci ha lasciato troppo presto, senza avvisarci, lasciando solo “pioggia nei nostri occhi scuri”.Testo raccolto da @vapalm per Chi

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