Domenica 7 aprile ricorre il 25esimo anniversario di uno dei più tragici e sanguinosi eventi che la storia dell’Africa del XX secolo possa ricordare: il genocidio del Ruanda.

Il 7 aprile del 1994, infatti, iniziò il barbaro conflitto tra Hutu e Tutsi, le due etnie presenti nel paese: per circa 100 giorni gli Hutu, etnia maggioritaria e al potere, massacrarono circa un milione di Tutsi a colpi di machete, mazze chiodate e armi da fuoco. Il genocidio avvenne per ordine del regime allora al potere e fomentato da rivalità etniche. I coloni europei, in primis, acuirono tali differenze. La comunità internazionale ebbe occhi distratti e vide la situazione con indifferenza.

L’odio fra le due etnie, infatti, che si nutriva anche e soprattutto di differenze di carattere razziale, è infatti considerato uno dei lasciti del retaggio culturale del Belgio, paese che ha dominato sul Ruanda per vent’anni sotto mandato della Società delle Nazioni dal 1926 fino al 1946. Il paese africano è poi passato sotto tutela dell’Onu dal 1946 al 1962, quando si rese indipendente separandosi anche dal Burundi.

L’amministrazione coloniale belga a gettò le basi di quel massacro che si sarebbe realizzato diversi anni più tardi, trasformando delle differenze socio-economiche tra i due gruppi etnici in odio razziale basato su differenze di carattere fisico. Gli Hutu infatti, per lo più coltivatori agricoli più bassi e tozzi, avevano sempre convissuto con i Tutsi più alti e slanciati, dediti invece nella maggior parte all’allevamento. I due gruppi si erano sempre uniti, praticando matrimoni misti e non risentendo alcuna differenza.

Fino a quando la colonizzazione belga rimarcò le differenze tra le due tribù: i Tutsi ebbero posizioni chiave all’interno dell’amministrazione del paese e buoni stipendi. Agli Hutu furono riservati compiti più umili e mal retribuiti. Quando in seguito nel 1952 gli Hutu presero il potere in Ruanda, spalleggiati per altro proprio dai belgi, iniziò la persecuzione nei confronti dei Tutsi, la quale culminò proprio nel tremendo massacro tra ex “vicini di casa”.

Era il 1990 quando il Fronte Patriottico Ruandese (RPF), un gruppo politico-militare nato nella comunità Tutsi trasferitasi in Uganda quando le cose avevano cominciato a mettersi male per quel gruppo etnico, tentò il colpo di stato in Ruanda. Ciò alimentò quella guerra civile a cui fece seguito il genocidio del 1994 e la presa del potere da parte dell’RPF.

Molti Hutu scapparono in Zaire, ma lì trovarono anch’essi la morte per mano dei Tutsi nel 1996. Il genocidio del 1994 è quindi solo una delle tragedie che bagnarono di sangue quella regione dell’Africa anche dopo il 1994. Numerosi eccidi, oltre al Ruanda, furono infatti perpetrati anche nei paesi vicini: in Uganda, Burundi, Congo e Tanzania.

Il genocidio ruandese, comunque, si considera ufficialmente concluso con l’Opération Turquoise – l’operazione turchese – intrapresa dai francesi sotto l’egida delle Nazioni Unite. Ma fu anche l’attuale presidente ruandese, Paul Kagame, il leader dell’RPF, a svolgere un ruolo chiave nella fine della guerra civile tra i due “schieramenti etnici”.

Ad oggi il Ruanda è un paese ancora traumatizzato da quello che è successo, ma che negli ultimi anni ha vissuto una crescita economica che però non è andata di pari passo con quella della democrazia. Insomma, possiamo dire che il Ruanda vive in quella contraddizione che ad oggi caratterizza la maggior parte dei paesi africani, che non riescono ancora a coniugare libertà e sviluppo.

 

NelloPaolo Pignalosa

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