Sensibilizzare e informare la popolazione sulla prevenzione dell’epatite C e sulla possibilità di curare la malattia è importante ma conta anche il giusto tone of voice come dimostrano i video vincitori del contest lanciato da Gilead Sciences con Simit, Aisf, Fondazione The Bridge e Federazione LiverPool

I paradigmi di trattamento per molte patologie sono cambiati negli anni, come dimostra il caso dell’epatite C. Perché allora non può cambiare anche il modo in cui sensibilizzare il pubblico ai fini della prevenzione e della cura? È l’obiettivo raggiunto dal contest “Giovani video-maker per una nuova visione: storie per vincere l’epatite C. Insieme l’eliminazione è possibile”, promosso da Gilead, società biofarmaceutica, realizzato attraverso Userfarm, la più grande comunità di videomaker al mondo e in collaborazione con Simit (Società italiana di malattie infettive e tropicali), Aisf (Associazione italiana studi del fegato), Fondazione The Bridge e Federazione LiverPool. Ai partecipanti è stato chiesto di produrre un breve video per far conoscere l’epatite C, promuoverne la prevenzione e, soprattutto, motivare chi pensa di essere stato esposto al virus a rivolgersi al medico per fare il test.
L’epatite C oggi si può curare oltre che prevenire. Ma per farlo bisogna sapere di averla. Si tratta infatti una malattia subdola e può rimanere asintomatica per molti anni prima di manifestarsi. È più difficile motivare le persone a curarsi, o a indagare, laddove sembra che la malattia non ci sia. Eppure, con un semplice test, è possibile cambiare passo e agire.
I videomaker Valerio Fea, Timothy Costa e Mirko Bonanno hanno raggiunto l’obiettivo, classificandosi rispettivamente ai primi tre posti del contest tra gli oltre 30 partecipanti, parte dei quali provenienti da Russia, Olanda, UK e Francia. I contributi video di Fea, Costa e Bonnano aderiscono con forza ai tre criteri stabiliti per la valutazione: spingono le persone a informarsi o a fare il test, trattano l’argomento con un approccio inedito, sanno emozionare o divertire anche se il tema non è semplice. I tre videomaker hanno calibrato il rispettivo tone of voice e soprattutto hanno messo al centro del loro sforzo creativo l’importanza di fare il test.
Nel video di Valerio Fea, Breaking not so bad, l’accento cade sulla possibilità di cura, un messaggio trasmesso con ironia e con un calibrato rimando a una delle più famose serie tv di sempre. Grazie ai nuovi farmaci infatti è possibile guarire dall’infezione. Ricevere una diagnosi di epatite C non è una condanna, ma bisogna curarsi e agire per evitare che la malattia progredisca. Per farlo bisogna fare il test.
Timothy Costa, invece, si è aggiudicato il secondo posto con Il primo passo: il titolo sottolinea l’importanza di superare la paura e fare il test, un semplice prelievo ematico. In troppi casi, non ci si controlla anche per la paura inconscia di essere associati a categorie a rischio (ad esempio, a chi fa uso di droghe).
Metafora sportiva, invece, quella scelta da Mirko Bonanno, terzo classificato con Il coach: in uno spogliatoio provinciale, con una fotografia quasi da assalto che strizza l’occhio ai cult movie sportivi di qualche decennio fa, maschi adulti sono incitati da un allenatore a controllarsi e a vincere una partita contro un nemico che resta ostico. Bonanno si è concentrato su una delle categorie più a rischio, gli over 65, che possono avere alle spalle infezioni contratte in ambito sanitario-ospedaliero (l’utilizzo di presidi sanitari non sterilizzati a dovere era una realtà fino a qualche decennio fa, ad esempio sirighe di vetro che venivamo utilizzate più volte). Anche i più giovani però non possono trascurare il tema della prevenzione: la malattia si trasmette per via ematica, e quindi anche tatuaggi e piercing possono essere rischiosi se non eseguiti in condizioni sicure.
La premiazione dei vincitori del contest lanciato da Gilead è avvenuta a Milano, nell’ambito di un incontro moderato da La Pina, voce radiofonica di Radio Dee Jay, alla presenza di Massimo Andreoni, direttore scientifico Simit, Salvatore Petta, segretario dell’Aisf, Rosaria Iardino, presidente della fondazione The Bridge, Giampiero Maccioni, presidente della Federazione nazionale LiverPool, e Cristina Le Grazie, direttore medico Gilead sciences. Un’occasione per fare il punto sull’epatite C come patologia, ma anche come problema da aggredire con più forza da parte della sanità pubblica italiana, guardando a un orizzonte, il 2030, indicato dall’Oms come punto d’arrivo per ridurre quasi del tutto i nuovi contagi e del 65% le morti.
Sono diverse le sfide da vincere per eliminare l’epatite C, a partire dalla riduzione dei contagi e dall’emersione di un grande sommerso. Non mancano anche battaglie più puntuali, ad esempio, quelle che combattono le persone coinfette Hiv-Hcv e i detenuti, ad esempio, che devono ricevere l’intervento diagnostico/terapeutico in un contesto come il carcere, fisiologicamente più complesso, anche ai fini dello screening. Anche il concetto di prossimità è importante, per avvicinare i cittadini alla prevenzione; nell’immaginario comune l’ospedale è un luogo lontano dalla vita quotidiana e da cui restare, preferibilmente, a debita distanza.
La lotta non si ferma ma ha cambiato passo, come spiega a Wired, Cristina Le Grazie, direttore medico di Gilead Sciences, perché “nell’ambito dell’epatite C c’è stata una vera e propria rivoluzione. In Italia almeno fino a sei anni fa chi aveva l’epatite C aveva poche opportunità di trattamento; queste opportunità era sostanzialmente la terapia con l’interferone, era efficace ma in una percentuale di casi non ottimale. Era lunga, con una serie di effetti collaterali, con un impatto sulla vita del paziente. Oggi esiste la possibilità di prendere una compressa al giorno per un periodo massimo di tre mesi e di ottenere l’eliminazione del virus quasi nel 100 per cento dei casi. Questo ha cambiato il paradigma e la storia di una malattia”.
L’infezione cronica da HCV è la principale causa di malattia cronica del fegato e di cirrosi, ma, continua Le Grazie, “oggi non si trapianta quasi più per le cause a lungo termine di un’epatite C, quindi anche l’impatto sul sistema sanitario, sui costi, è stato importantissimo”.
Per eliminare l’infezione si guarda al 2030 ma, conclude Le Grazie, “coloro che avevano un’infezione che dava sintomi, sono stati identificati e curati. Adesso c’è una fetta di popolazione che ha il virus, ma ha il fegato che funziona ancora bene, non ha sintomi e in alcuni casi non sa di avere l’infezione; se non si raggiungono queste persone invitandole a fare il test, l’obiettivo non si raggiunge. Oggi bisogna spostare l’attenzione e la comunicazione di tutta popolazione facendo capire che avere una diagnosi è primo passo per curarla, ed eliminare il virus”.
Nuove consapevolezze matureranno nel pubblico anche grazie ai video che si sono imposti nel contest. L’importante però è soprattutto convogliare il messaggio a una platea che, per motivi anagrafici o di competenza, non conosce bene il tema. Lo conferma anche il vincitore Valerio Fea: nel suo video il riferimento alla serie celebre tv Breaking Bad incontra il tono da comedy alla romana, con un medico di base che rimprovera il paziente che ha ricevuto una diagnosi di epatite C ed è convinto che non si possa curare. Come spiega Fea a Wired, “è stato importante far capire che chiunque può esserne affetto ma è curabile; nessuno più di medico di base verace può far capire che la malattia si cura, non dico in maniera semplice, ma meno complicata di quel che può sembrare”.
Il riferimento alle serie tv nasce dalla voglia di “dare visibilità al messaggio utilizzando una chiave moderna” ma anche di sdrammatizzare senza essere superficiali, una rimodulazione di tono necessaria in un’epoca in cui troppi googlano per fare autodiagnosi e al contempo si vive l’assedio da iper-informazione. “Negli anni ’90 puntare sulla paura – conclude il videomaker- era necessario per bloccare determinati atteggiamenti. All’epoca era giusto, oggi no, abbiamo già abbastanza terrore a livello mediatico per quello che ci circonda; evitiamolo, diamo qualcosa che possa far sorridere e che finisca per ricevere più attenzione rispetto a un dramma”.
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