Apple e Broadcom sono state condannate a una multa da 1,1 miliardi di dollari a causa di violazioni di alcuni brevetti tecnologici, mentre Facebook ha pattuito 550 milioni di dollari per chiudere una class action

Apple Store
(Foto: Pixabay)

La corte federale di Los Angeles ha condannato Apple e l’azienda Broadcom a pagare una multa complessiva di 1,1 miliardi di dollari per aver violato alcuni brevetti del California Institute of Technology (CalTech). Il caso risale al 2016, quando l’università privata americana aveva denunciato Broadcom per aver indebitamente utilizzato tecnologie brevettate sui chip wi-fi di nuova generazione installati in migliaia di dispositivi della Mela.

Il verdetto della corte della California ha stabilito così di multare rispettivamente Apple per 837,8 milioni di dollari e la partner commerciale Broadcom per 270,2 milioni di dollari. Broadcom è  tra i principali fornitori di Apple per quanto riguarda i chip di nuova generazione, e soltanto settimana scorsa ha chiuso un nuovo accordo produttivo con l’azienda di Cupertino per un valore che si stima attorno ai 15 miliardi di dollari di forniture.

Entrambe le aziende hanno fatto sapere che ricorreranno in appello contro la decisione del tribunale federale, e Apple ha anche dichiarato di essere “soltanto una parte a valle” nella questione e quindi contesta la multa a suo carico, come riporta Reuters.

In base a quanto riportato da The Verge, l’ammontare della sanzione sarebbe stato calcolato in base alla cifra che avrebbe potuto essere negoziata tra le due compagnie e CalTech, se ci fosse stato un legale accordo di utilizzo dei brevetti.

Sanzione a Facebook

Ma Apple non è l’unico colosso tecnologico a essere alle prese con le multe in questi giorni. Come riporta il New York Times, Facebook avrebbe pattuito il pagamento di una multa da 550 milioni di dollari per chiudere una causa risalente al 2015 intentata contro la compagnia per quanto riguarda l’uso di una prima versione di “suggerimenti dei tag, uno strumento che permette di scansionare, tramite riconoscimento facciale, il volto delle persone nelle fotografie caricate sul social per identificare e rinviare ai loro profili.

Secondo le accuse, quel servizio, che per i nuovi utenti non è più automatico, permetteva a Facebook di archiviare dati biometrici degli utenti senza un loro esplicito consenso, violando così il Illinois Biometric Information Privacy Act. Nel 2018, poi il giudice federale incaricato del procedimento aveva permesso di trasformare la causa in una class action e, dopo che l’anno scorso la compagnia aveva perso il ricorso in appello, il social ha deciso di pattuire il risarcimento così da non prolungare oltre la questione.

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