Coronavirus, così l’Africa si prepara a combattere le infezioni

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“Non siamo assolutamente preparati” per il nuovo coronavirus: queste le dichiarazioni di alcuni operatori sanitari dello Zambia, riportate da Associated Press. L’Africa è uno dei due continenti, insieme all’America del Sud, in cui non c’è ancora alcun caso del nuovo coronavirus segnalato (qui la mappa mondiale del contagio). Ma le autorità sono preoccupate da questa eventualità, perché alcuni paesi africani non sarebbero in grado di gestire e bloccare anche piccolissimi focolai dell’infezione. Ma come si sta preparando il personale medico?

Africa, alcuni paesi impreparati

In Africa vivono circa 1 milione di cinesi e centinaia di viaggiatori dalla Cina arrivano ogni giorno in Africa, come riferisce un articolo sulla Bbc. E le autorità internazionali sono preoccupate della situazione. Ai primi di febbraio, infatti, soltanto 6 dei 54 paesi africani risultavano avere le attrezzature per svolgere il test del coronavirus. Ma già a partire da venerdì 7 dovrebbero essere 28 i paesi in grado di identificare il coronavirus e fare la diagnosi. “L’abilità delle nazioni africane di riconoscere correttamente i casi”, ha sottolineato Michael Yao, responsabile Oms per le operazioni d’emergenza in Africa, “dipende dalla quantità di nuovi reagenti messi a disposizione dalla Cina e dall’Europa”. Insomma, bisogna fare presto e probabilmente durante il mese saranno 36 gli stati dotati delle attrezzature necessarie per le diagnosi.

Zambia, molti voli da e per la Cina

Lo Zambia è uno dei 13 paesi africani sotto vigilanza da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) perché il volume di viaggi per affari con la Cina è alto. Preoccupati sono, ad esempio, i dipendenti dell’ospedale Sinozam, che si trova nel nord del paese in una città in cui alcune compagnie cinesi gestiscono diverse miniere – di cui una ha la sede centrale proprio a Wuhan. “Non siamo per niente pronti”, ha affermato Fundi Sinkala, fisioterapista di Sinozam, in Zambia. “Basterebbe avere un paio di casi per osservare una diffusione molto rapida. Stiamo facendo il nostro meglio con le risorse che abbiamo”.

Zambia, tutte le misure in campo. Ma potrebbe non bastare

L’ospedale ha messo in campo tutte le misure disponibili a fronte di possibilità ridotte. Dalla misurazione della temperatura all’uso sistematico delle mascherine, fino alla creazione di zone di isolamento per il monitoraggio di alcuni pazienti. Inoltre, si è dotato di un’ampia fornitura di guanti, inalatori di ossigeno e disinfettante. Il disinfettante potrebbe essere importante perché il coronavirus potrebbe rimanere fino a 9 giorni sulle superfici (sebbene la principale via di trasmissione non risulti essere questa, come ha sottolineato in una nota l’Istituto Superiore di Sanità).

Nonostante queste misure, recentemente adottate, alcuni viaggiatori rientrati dalla Cina e con sintomi simili a quelli dell’influenza precedentemente non sono stati messi in isolamento, si legge sempre su Associated Press. E anche per questo la preoccupazione che prima o poi compaia qualche caso è alta.

Coronavirus, cosa succede in Africa

Ma cosa stanno facendo i paesi africani più suscettibili? La Nigeria Redcross Society ha messo sull’avviso un milione di volontari, come riporta la Bbc. Mentre il ministro della salute della Tanzania, Ummy Mwalimu, ha annunciato che nel paese sono stati identificati alcuni centri per l’isolamento, con termometri e altre attrezzature con circa 2mila operatori sanitari formati per l’emergenza. L’Uganda, poi, ha messo in quarantena oltre 100 persone arrivate dall’aeroporto internazionale di Entebbe. Mentre diversi stati, fra cui Kenya, Etiopia, Costa d’Avorio, Ghana e Botswana si hanno gestito diversi casi sospetti mettendoli in quarantena in ospedale o chiedendo la quarantena nelle loro case.

Insomma, l’Africa sta facendo tutto il possibile. Resta il fatto che fino a pochi giorni fa molti paesi non avevano i kit diagnostici (e comunque tuttora, se li possiedono, ne hanno pochi) e che l’identificazione dell’infezione si basa spesso sui sintomi. Ma così è difficile anche avere diagnosi precoci, individuare i contatti che potrebbero essere stati contagiati e ovviamente gestire al meglio i malati, tutte armi essenziali per contenere la diffusione del virus. Per questo, come ha sottolineato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, la maggiore preoccupazione rimane legata al fatto che il nuovo coronavirus possa arrivare qui.

Immagine di Arek Socha via Pixabay

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