Affiliazioni, gruppi di riserva e transazioni in buoni Amazon: così sopravvivono le comunità su Telegram come quella raccontata dall’inchiesta di Wired (e diventano dei piccoli business)

L’inchiesta di Wired sul più grande network italiano di revenge porn e pedopornografia ha contribuito a mettere sotto i riflettori le dinamiche aggregative delle comunità su Telegram, luoghi di raduno virtuali in grado di ospitare un altissimo numero di utenti, non sempre con finalità lecite.
In seguito al dibattito scatenato dall’articolo – che ha portato anche a un’interrogazione alla Commissione europea – Telegram ha provveduto a cancellare molti dei gruppi in cui avvenivano gli scambi di foto private, ma l’intervento della piattaforma sembra al momento non bastare. Spazi condivisi da 50mila, a volte anche 100mila utenti, riescono infatti a ricomporsi nel giro di pochi giorni, tornando rapidamente alle dimensioni originali.
Ma qual è la tattica che assicura l’immortalità a questi gruppi? E cosa si può fare per vanificarla?
Le affiliazioni su Telegram
Alla base della prolifica attività dei gruppi Telegram di revenge porn (ma non solo) c’è un meccanismo semplice e rodato. Si tratta delle affiliazioni, una sorta di partnership che tiene insieme gruppi e canali – a volte anche molto diversi tra loro – studiata per aumentare l’audience potenziale di tutti gli interessati.
Funziona così: l’iniziativa parte di solito dall’amministratore di un singolo canale, che setaccia Telegram alla ricerca di potenziali partner e propone loro un programma basato sulla sponsorizzazione reciproca. Gli aderenti a quel punto non dovranno far altro che condividere sul loro gruppo o canale dei messaggi standard che gli verranno forniti, o inserire nella bio un link che rimandi al programma di affiliazione.
Nella maggior parte dei casi, questi accordi avvengono senza che i proprietari dei gruppi conoscano i contenuti sponsorizzati, una vera e propria pubblicità al buio, che spesso finisce per indirizzare a comunità problematiche. E così, anche chi è iscritto a un semplice canale di buoni sconto online, potrà ricevere un messaggio che invita ad iscriversi ad un canale di pedopornografia.
L’importante, in ogni caso, è il risultato: una crescita rapida ed esponenziale, ma soprattutto la garanzia che, in caso di cancellazione del gruppo, uno degli altri nodi del network sarà in grado di reindirizzare al nuovo spazio creato.
Inizialmente, il nuovo gruppo manterrà un nome insospettabile, puntando sugli utenti fidelizzati, e solo in un secondo momento tornerà alle sembianze originali, continuando a quel punto a espandersi utilizzando il passaparola. Questo processo può talvolta essere favorito dalla creazione di un gruppo di riserva (o gruppo secondario), che gli utenti sono chiamati a popolare per ogni evenienza.
La pedopornografia su Telegram
Negli anni, Telegram si è dimostrato particolarmente sensibile al tema della pornografia infantile, al punto da aggiornare quotidianamente un canale che tiene traccia dei gruppi rimossi per la diffusione di questo materiale (nel solo mese di marzo la piattaforma ha effettuato 6833 ban per quello che viene definito child abuse; nei primi otto giorni di aprile sono stati 1828).
Data la vastità dell’utenza, spesso Telegram può però agire solo su segnalazione e questo apre la strada a due diversi tipi di moderazione: da un lato, c’è chi sceglie di controllare le iscrizioni e fidelizzare i partecipanti al gruppo, non ponendo limiti a ciò che il singolo utente può pubblicare; dall’altro chi rafforza la moderazione, eliminando alla radice i contenuti problematici.
In questo secondo caso, gli amministratori si espongono alle vendette trasversali dei competitor, che per “far fuori” i rivali scelgono di riempire il gruppo di pedopornografia e segnalare l’infrazione a Telegram.
Questo comportamento è stato alla base di uno dei più famosi casi di shitstorm nella storia di Telegram Italia, quello di un bot costruito per attaccare in massa i gruppi con contenuti pedopornografici e portarli alla chiusura. Sulla pagina del bot, ora bannata dalla piattaforma, era possibile acquistare un’assicurazione, che, al costo di 5 euro, prometteva protezione da questo meccanismo.
Il business su Telegram
Per alcuni amministratori, la chiusura di un gruppo o di un canale Telegram rappresenta un danno economico rilevante. Non è raro, infatti, che questi spazi virtuali diventino luogo di transazioni economiche, nella maggior parte dei casi finalizzate alla vendita di pubblicità (i canali più seguiti rappresentano un ottimo investimento per piccoli e medi imprenditori di internet alla ricerca di visibilità facile).

Nei casi più estremi, come quello del gruppo raccontato nella nostra inchiesta, a essere venduti sono interi archivi di foto e video, con accordi privati e retribuzioni in ricariche PayPal e buoni Amazon che possono fruttare fino a 150 euro al giorno. È così che Telegram diventa un piccolo business privato, nel quale il lucro si aggiunge a una dinamica già di per sé illegale.
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