Entro il 15 aprile uno standard comune per realizzare le app di contact tracing, preservare la privacy e studiare i dati di mobilità: la staffetta di Bruxelles

Il palazzo del Berlaymont a Bruxelles, sede della Commissione europea (foto: Luca Zorloni per Wired)
Il palazzo del Berlaymont a Bruxelles, sede della Commissione europea (foto: Luca Zorloni per Wired)

L’Unione europea vuole sviluppare entro metà aprile quello che si potrebbe definire il “Gsm” delle tecnologie contro l’emergenza coronavirus. Un paragone, quello con lo standard di seconda generazione della telefonia mobile, che rende l’idea di quello a cui sta lavorando la Commissione europea in queste ore nel contrasto al contagio da Covid-19. Ovvero un sistema di base, omogeneo e condiviso dai Paesi dell’Unione, per sviluppare app di tracciamento del coronavirus e analizzare i dati sulla mobilità.

Le cancellerie non devono muoversi in ordine sparso, è la tesi di Bruxelles. Con il rischio che, nella corsa ad adottare sistemi per monitorare la diffusione del Sars-Cov-2, qualcuno scivoli sulla privacy e sulla tutela dei dati personali dei cittadini. Così, a un mese e mezzo dalla scoperta del focolaio di Codogno, in provincia di Lodi, e rincorrendo ormai i singoli governi che vogliono passare dalla teoria alla pratica, la Commissione impone uno standard unitario. E dà una settimana di tempo per svilupparlo.

Un piano comune

Entro il 15 aprile Bruxelles vuole sfornare un piano unitario per sviluppare app di monitoraggio e tracciamento e per l’uso dei flussi di traffico delle persone. Come spiega a Wired una fonte che partecipa ai lavori, e che ha chiesto l’anonimato per poter contribuire a questo articolo, questo non significa che ci sarà un’unica applicazione a livello europeo. Al contrario, di app ne potranno spuntare quante ne servono e ciascun Paese si attrezzerà come meglio crede. Quel che alla Unione interessa è che si arrivi a uno standard comune, con gli stessi livelli di protezione e l’interoperabilità tra le soluzioni.

In Italia per esempio, a quanto risulta a Wired, il ministero dell’Innovazione potrebbe scegliere il suo sistema di monitoraggio, tra i 319 progetti presentati, entro questa settimana (il che non coincide con il lancio). Successivamente la task force di Palazzo Chigi vaglierà le proposte per la telemedicina. All’audizione della Commissione trasporti e poste della Camera, il ministro dell’Innovazione, Paola Pisano, ha spiegato di aver ricevuto le relazioni sulla privacy e sull’analisi tecnologica e attende quella finale sulla app, da spedire al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Queste soluzioni, tuttavia, ora dovranno rispondere ai criteri Ue.

Le regole per fare le app

A Bruxelles interessa mettere a punto due stardard unitari entro il 15 aprile. Il primo riguarda proprio le app. Al lavoro ci sono già il Garante europeo dei dati personali, Wojciech Wiewiorówski, e il gruppo che riunisce le autorità nazionali sulla privacy. La Commissione vuole mettere nero su bianco le specifiche tecniche e scientifiche che distinguono un’app di tracciamento efficace per studiare il contagio da coronavirus da una che non serve a niente.

Poi occorre stabilire che i servizi devono essere interoperabili, ossia capaci di parlarsi e scambiarsi i dati tra di loro. “Va nel solco di quello che la Commissione vuol fare con le grandi piattaforme, ossia insistere sull’interoperabilità per limitarne lo strapotere”, spiega a Wired Innocenza Genna, giurista esperto di politiche europee. Non servono tanti silos chiusi tra di loro, ma vasi comunicanti. “Un sistema unico consente di gestire, per esempio, il tracciamento su aree di confine”, aggiunge.

Infine, Bruxelles ha fissato i paletti sulla privacy. Il regolamento generale sui dati personali, Gdpr, consente di alleggerire gli obblighi in caso di emergenza sanitaria. E il garante europeo ha dato un suo parere sui confini entro cui ci si può muovere. Tuttavia, repetita iuvant, e nello sviluppo di queste app Bruxelles raccomanda di preferire soluzioni meno invasive, dati anonimizzati e aggregati, tecnologie come il bluetooth. I criteri di raccolta devono essere chiari e trasparenti. Non appena la pandemia è sotto controllo, le informazioni dovranno essere cancellate. E i sistemi per avvertire chi può essere stato in contatto con un paziente infetto da Covid-19 devono essere rigorosamente anonimi.

Come usare i dati sulla mobilità

Il secondo standard concerne i flussi di movimenti, a cui già molti Stati stanno facendo ricorso grazie alle compagnie telefoniche e i social network. La stessa Commissione europea ha richiesto questi dati, coinvolgendo, tra gli operatori di telecomunicazioni, Vodafone, Deutsche Telekom, Orange, Telefónica, Telenor, A1 Telekom Austria, Telia e Tim, e le grandi piattaforme come Facebook e Google.

Queste ultime (che sono tra le fonti di dati del governo italiano), in uno sforzo per dimostrare l’utilità della raccolta costante di informazioni che fanno, stanno mettendo a disposizione mappe e archivi sugli spostamenti. Anche in questo caso l’approccio comune di Bruxelles insiste su informazioni aggregate e anonimizzate, impone sistemi di salvaguardia per impedire che si possa risalire ai singoli individui correlando questi dati con altri, la cancellazione di tutti gli archivi a pandemia finita o, comunque, non oltre novanta giorni dalla raccolta.

La tabella di marcia

I tempi sono stretti, anche perché Bruxelles deve rincorrere le macchine di risposta all’emergenza già avviate a livello nazionale. Per questo, sottolinea Genna, ha usato lo strumento della raccomandazione: “Non ci sarebbero stati i termini legislativi per altri atti”.

Già l’8 aprile la Commissione ha chiesto a ciascun governo un resoconto sulle azioni intraprese fino al 31 marzo e l’accesso agli strumenti, da parte sua e delle altre cancellerie. Entro sette giorni, insieme alla cassetta degli attrezzi, arriverà anche una valutazione delle singole iniziative, con eventuali correttivi di rotta. E da giugno Bruxelles pubblicherà un rapporto sull’avanzamento di queste sue procedure.

Il commissario alla partita, Thierry Breton con delega al mercato interno, è ex capitano di industria nel settore delle telecomunicazioni (è stato amministratore delegato della compagnia telefonica Orange) e ha piglio interventista. “Evitare la frammentazione del mercato interno”, è la sua linea. E d’altronde, lo dimostra la diffusione del contagio, muoversi per conto proprio finora non ha ripagato.

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