Il 22 giugno 1986 Victor Hugo Morales ha visto un “aquilone cosmico” che ha cambiato la storia del calcio. Ed è diventato uno dei grandi narratori del Ventesimo secolo

Raramente nella storia dello sport un telecronista ha esaurito le parole adatte a descrivere ciò che stava accadendo davanti ai suoi occhi: è accaduto all’uruguaiano Victor Hugo Morales nel caldo afoso del mezzogiorno dello stadio Azteca di Città del Messico, sotto il sole rotondo del 22 giugno 1986. I celebri quarti di finale del Mundial messicano quel giorno vedevano opposte l’Argentina di Diego Armando Maradona e l’Inghilterra di Gary Lineker, ma in palio non c’era solo il calcio: pochi anni prima gli inglesi avevano spedito un contingente militare per riconquistare il possesso delle isole Falkland, che gli argentini chiamano Malvinas e considerano territorio nazionale, uccidendo 650 sudamericani; facendo un salto più indietro nel tempo, ai quarti di finale del Mondiale del 1966, Inghilterra-Argentina 1-0 aveva visto l’espulsione del capitano dell’Albiceleste Antonio Rattin, che poi aveva raggiunto il tappeto rosso di Wembley riservato alla regina, ci si era seduto sopra e aveva stropicciato una Union Jack, facendo imbestialire i supporter inglesi e portando l’allenatore Alf Ramsey ad apostrofare gli argentini con l’epiteto poco lusinghiero di “animali”.

In questo contesto, il 22 giugno 1986 Victor Hugo Morales più che un telecronista era un corrispondente di guerra. Nel secondo tempo davanti alla mano de Dios – il tocco di mano geniale con cui Maradona beffa tanto il portiere avversario Peter Shilton quanto l’arbitro della gara, il tunisino Ali Bin Nasser – esulta come un forsennato, il rispetto delle regole non può e non deve contare nulla, e quattro minuti dopo entra nella storia come uno dei più grandi narratori del Ventesimo secolo: il 10 argentino riceve palla a metà campo, guarda un punto imprecisato dell’avvenire e comincia la discesa più indimenticabile della storia del calcio, i 60 metri che hanno cambiato tutto per sempre, dando all’Argentina la vittoria e la vendetta nazionale che cercava da anni. Morales arriva in fondo a quei 10 secondi animato da una forza mistica, ispirato come solo i cantori delle grandi imprese possono essere: mentre Maradona dribbla gli ultimi difensori e con una finta mette a sedere anche il portiere Shilton lui sta già urlando “genio! Genio! Genio!”, seguito da un “ta-ta-ta” incredulo e riempitivo, il canto di una musica che non ha parole.

E poi c’è la frase, la definizione che più di tutte ha seguito Victor Hugo Morales dovunque è andato, da quel giorno: “barrilete cósmico… ¿de qué planeta viniste?”, da che pianeta sei venuto, aquilone cosmico? (una domanda perfettamente lecita, e lo è più che mai ora che l’aquilone è volato via, nell’ultimo insondabile colpo di scena di una vita di finte, genialità ed eccessi). Morales è stato il primo telecronista a portare la letteratura nelle partite di calcio: nelle trasferte al seguito della nazionale argentina leggeva Julio Cortázar (una volta, dicono le cronache, ne parlò anche allo stesso Maradona), ha scritto una dozzina di libri e si sa che è in grado di citare a memoria interi passi dei capolavori letterari.

In realtà, le parabole di Diego Armando Maradona e Victor Hugo Morales si sono intrecciate fin da subito: Victor, nato a Cardona, un paesino dell’Uruguay meridionale, nel 1947, ha passato il confine con l’Argentina nel 1981, stabilendosi lì proprio nell’anno in cui el Pibe de oro ha iniziato a giocare con la maglia del Boca Juniors. Al suo debutto come cronista alla radio, Maradona sigla una doppietta battendo un calcio di rigore e Morales, già innamorato, dice: “Ha lasciato andare il pallone come fosse una lacrima”.

Di lacrime, l’uomo del quiero llorar, parlerà non a caso spesso, e di quel gol messicano dell’86 dirà “piangevo di allegria, di rabbia, di emozione, di quelle cose che solo a volte si lasciano andare. Sono stati soltanto tre o quattro gli episodi in cui mi sono sentito vulnerabile”. E ancora: “Prima di quel gol c’è stato un tempo in cui mi sembrava di venire filmato mentre correvo nudo e ubriaco per strada. Avevo paura di raccontarmi e parlare in quel modo. Quel gol è stato uno spogliarello spirituale”.

Maradona e Morales su TeleSur

Con Diego, Victor Hugo si è poi rivisto in varie occasioni: nel 2014 e nel 2018 il leggendario duo ha condotto una trasmissione sui Mondiali di calcio in Brasile e in Russia per l’emittente venezuelana TeleSur. C’è una foto tratta dal programma in cui il cantore appoggia teneramente una mano sul braccio dell’eroe, sorridendo, come se fossero due amici lì a rinvangare i bei tempi andati. Anche se in realtà di quegli epici dieci secondi del 1986, Morales ha dichiarato di non aver mai più parlato con lui, perché i loro caratteri non l’avrebbero permesso.

A trentaquattro anni dallo stadio Azteca, oggi Victor Hugo Morales fa il conduttore televisivo per il canale argentino C5N. Ieri ha chiesto a chi era in studio con lui di non guardarlo mentre commentava la morte del suo amico Diego, perché avrebbe “iniziato a piangere”, poi ha detto: “È un giorno in cui piangiamo uno degli artisti più meravigliosi, e il più grande calciatore che questo paese di calciatori abbia mai prodotto”.

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