Il giovane campione Reynor tra presente e futuro
Quando ha cominciato aveva 8 anni e fino agli 11 è stato puro svago e divertimento. Poi ha iniziato a diventare una cosa più seria. Lo notano tutti: quel Riccardo Romiti di Firenze è bravo davvero, in pochi giocano così bene a StarCraft II. Era solo alle scuole medie, e già era arrivato il momento di fare qualche torneo più importante, di quelli con i premi consistenti, da decine di migliaia di euro.
E oggi Riccardo, che nel frattempo è arrivato ai 18 anni e che per tutti è diventato
Reynor, si muove in quel mondo di StarCraft II con una velocità impressionante. StarCraft II, per chi non lo conoscesse, è un videogame di strategia, che si gioca in tempo reale: ambientato nel XXV secolo, propone battaglie fra umani e alieni e lo scopo è quello di sbaragliare i nemici. E Reynor ne ha sbaragliati parecchi
di avversari, tanto che oggi, entrato nel team Qlash con cui ha già vinto come miglior giocatore dell’anno agli Italian Esports Awards 2020, è tra i più forti del mondo, testa a testa con i coreani «che sono fortissimi» e spesso in finale con il finlandese Serral.
Ma, in tutto ciò, la scuola?
«Eh, la scuola… Sono all’ultimo anno di un Istituto tecnico di Informatica. È da molto tempo che faccio lezioni a distanza: con tutti i viaggi per i tornei era impossibile frequentare, avrei rischiato di perdere l’anno facendo troppe assenze, mentre così sono in pari».
Finite le superiori cosa pensa di fare?
«L’università non è nei miei piani. Giocherò finché vincerò e poi, quando non sarò più in gara, potrei diventare uno streamer (una sorta di intrattenitore online, ndr) o un caster (sono i cronisti degli eSport, ndr). Essendo stato un giocatore professionista ti apri molte strade in quel settore».
Ma in Italia, come sono visti i campioni di videogame? È una cosa che viene presa seriamente?
«Sicuramente siamo indietro rispetto ad altri Paesi: penso agli Stati Uniti, dove gli studenti bravi negli eSport hanno anche delle borse di studio. Comunque ora si è capito che, sì, questo in fondo può essere considerato uno sport e che può essere una vera professione».
Lei come si allena?
«Mi concentro molto sull’aspetto strategico. Se devo sfidare un certo avversario, mi studio le sue caratteristiche. E poi, i giorni prima del torneo, gioco! Due-quattro ore al giorno, mai di più, perché poi vedo che perdo in concentrazione e diventa inutile».
E i suoi genitori come hanno preso questa sua passione?
«Benissimo, sono fortunato: ho iniziato giocando con il mio babbo e lui mi ha dato una marcia in più. I miei mi hanno sempre supportato e da quando sono piccolo mi hanno ben insegnato possibilità e limiti».
Ha dei fan che la seguono?
«Sì! Dopo gli eventi si mettono in fila e mi chiedono foto e autografi».
Adesso ha anche uno sponsor: è entrato nella squadra degli sportivi di Red Bull, l’unico giocatore di videogame in una spettacolare lista di atleti, tra cui la sciatrice Sofia Goggia e il motociclista Andrea Dovizioso. Come ci si sente?
«È davvero una cosa fantastica, ancora mi sembra un sogno, non potrei chiedere di più. Red Bull mi fa avere tutto ciò di cui posso aver bisogno. E poi ho un cappellino strafigo!».
Sui social come se la cava?
«Ho Instagram, Twitter e Facebook, ma non li seguo granché. So che per quello che faccio sarebbe importante gestirli meglio, mi ci metterò».
La sua paura più grande?
«Di smettere di vincere tutto d’un botto. È così bello vincere!».
Un consiglio per chi volesse cominciare?
«Crederci sempre e avere delle priorità ben definite. I risultati non arrivano subito: ci vuole costanza. È comunque un bel mondo, che consiglierei a tutti». Ha riportato VanityFair.it
