coronavirus
(immagine: Gerhard G. via Pixabay)

Test negativi prima di imbarcarsi non sarebbero garanzia di voli aerei Covid-free. Uno studio pubblicato su Emerging Infectious Diseases, la rivista dei Cdc statunitensi, mette sul tavolo nuove prove di trasmissione del coronavirus durante i viaggi aerei a lungo raggio, come quello tra Dubai (Emirati Arabi Uniti) e Auckland (Nuova Zelanda).


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Il volo EK448

Il volo EK448 partito da Dubai il 29 settembre 2020 e diretto Auckland è stato il fulcro di un piccolo focolaio di Covid-19: nonostante tutti i passeggeri fossero in possesso di test negativi effettuati prima di imbarcarsi, nonostante le misure di distanziamento e i dispositivi di protezione individuale (solo consigliati in realtà) a bordo, 7 persone sono poi risultate positive al coronavirus e 6 si sono ammalate di Covid-19 durante i 14 giorni di quarantena, obbligatoria in Nuova Zelanda.

Che è successo? Da chi è partita l’infezione e da dove proveniva? A queste domande ha provato a trovare una risposta il team internazionale di ricercatori guidato da Tara Swadi del ministero della Salute neozelandese, che ha analizzato gli spostamenti e il genoma del coronavirus estratto dai campioni biologici dei 7 passeggeri per risalire alla fonte del contagio e capire se la trasmissione fosse effettivamente avvenuta nelle 18 ore di volo che separano Dubai da Auckland.

Gli spostamenti

I 7 passeggeri (A,B,C,D,E,F,G) provenivano da 5 paesi diversi prima di ritrovarsi a Dubai per imbarcarsi sullo stesso volo per Auckland. Tutti, come da protocolli ormai adottati a livello internazionale, erano risultati negativi al coronavirus entro 72 ore dalla partenza e 5 di loro avevano ripetuto il test in Malesia. A bordo dell’aereo sono stati seduti tutti a poche file di distanza per 18 ore di volo. Due di loro hanno deciso di non indossare mascherine e guanti (raccomandati ma non obbligatori).

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(immagine: schema della posizione dei passeggeri positivi a bordo/ Swadi et al, 2021)

Il genoma

Sequenziando l’intero genoma del coronavirus nei 7 campioni dei passeggeri, i ricercatori hanno scoperto che le sequenze erano identiche tra loro, a eccezione di un’unica mutazione in uno dei passeggeri. Un indizio del fatto che probabilmente il contagio era davvero avvenuto durante il volo. Confrontando le sequenze con quelle contenute nel database Gisaid gli scienziati hanno trovato altri 6 genomi identici: 4 registrati in Svizzera e 2 nel Regno Unito.

L’origine del focolaio

Alla luce di queste informazioni, il team pensa che la fonte del contagio sia stato il passeggero A, il primo a mostrare i sintomi di Covid-19 durante la quarantena in Nuova Zelanda, partito appunto dalla Svizzera insieme al passeggero B, che è risultato positivo all’infezione a un giorno di distanza. Il virus si sarebbe poi diffuso sull’aereo contagiando altre 4 persone. Il passeggero G, invece, avrebbe contratto il coronavirus durante la quarantena, dal proprio compagno di viaggio F.

(immagine: la provenienza dei passeggeri positivi/ Swadi et al, 2021)

Tuttavia, ammettono i ricercatori, non è possibile avere la certezza assoluta per via delle lacune nei dati di sequenziamento a livello globale. In altre parole il virus potrebbe non venire dalla Svizzera e essere stato introdotto da un altro passeggero proveniente da un altro Paese dove però questo genoma non è stato ancora trovato o non è stato registrato sul database. O ancora, uno dei passeggeri potrebbe essersi contagiato durante lo scalo all’aeroporto di Dubai, dove i dispositivi di protezione individuale non erano obbligatori.

In ogni caso, concludono gli autori, lo studio dimostra la validità del modello neozelandese che tuttora continua a considerare i viaggiatori, nonostante tutte le misure di sicurezza, come potenzialmente infetti, e quindi obbligati alla quarantena.

Riferimento: Emerging Infectious Diseases

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