I dati mostrano che i fondi strutturali europei non sono stati usati per crescere nel digitale. Con il Recovery fund tocca invertire la rotta

(Foto: Yann Schreiber /Afp/Getty Images)

Tra gli obiettivi dichiarati del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) c’è la transizione digitale. Per raggiungere questo obiettivo, il governo Draghi vorrebbe spendere 24,3 miliardi di euro provenienti dai fondi di Next Generation Europe.  Questa ambizione si scontra con lo storico scarso utilizzo di fondi europei per il digitale da parte delle regioni italiane, come la storia dei fondi europei del settennato 2014-2020 dimostra.

Investimenti fuori fuoco

Analizzando i dati del Fondo sociale europeo e del Fondo europeo di sviluppo regionale, si scopre che i governi locali non sono stati tanto preoccupati dalla transizione tecnologica o ambientale dei propri territori, quanto dal sostenere le piccole e medie imprese e lo sviluppo di infrastrutture come strade e ferrovie.

Questo aspetto è molto problematico, soprattutto se si considera che nel 2014, quando il settennato dello scorso bilancio europeo cominciò, l’Unione, parlando della politica di coesione in Italia, sosteneva come creare un ecosistema imprenditoriale innovativo fosse la priorità numero uno, accanto al miglioramento dell’ambiente, dell’inclusione sociale e della pubblica amministrazione. Sette anni dopo, è evidente come le regioni non abbiano percepito il messaggio di Bruxelles. I dettagli sono nel prossimo prossimo grafico.

Questa visualizzazione mostra come e dove sono stati spesi i soldi del Fondo sociale europeo e del Fondo europeo di sviluppo eegionale divisi per tema. Le spese sono cumulate, per cui ogni anno il grafico mostra quanto sia stata la spesa in totale fino a quel punto. Andando a spulciare tra le regioni, si scopre che il Sud, dove servirebbe di più investire in digitale e ricerca, è quello che ha fatto di meno in questo senso. Nel settennato di bilancio europeo finito nel 2020, la Campania ha speso solo 79 milioni di euro per combattere il digital divide e 162 per la ricerca tecnologica. Il caso-Campania non è isolato. La Calabria ha investito, in sette anni, 72 milioni di euro per in information and communication technology. Solo 66, invece, per sostenere ricerca e sviluppo.

In generale, le regioni meridionali investono molto nella realizzazione di infrastrutture come strade e ferrovie, concentrandosi meno su temi come inclusione sociale e formazione continua. Su questo tema, le regioni del Centro-nord mostrano, in effetti, una maggiore capacità di spesa. La Lombardia, nello scorso settennato, ha speso 202 milioni di euro solo nel life-long learning. L’Emilia Romagna ne ha spesi 338 per sostenere la mobilità lavorativa.

Contro il digital divide si è fatto poco

I dati assoluti, però, non rendono completamente conto di quanto i fondi europei effettivamente vengano spesi sul territorio. Il criterio migliore è misurare quanto del totale stanziato sia stato speso in ogni regione. In questo senso, il prossimo grafico permette di andare a vedere quanto degli investimenti stanziati per contrastare il digital divide sia stato effettivamente speso. La situazione non è incoraggiante, per due ragioni, come vederemo.

Il primo motivo di preoccupazione è che molte regioni non hanno completamente approfittato degli investimenti europei in information technology. La Toscana si ferma al 34% del totale stanziato per il digitale, il Veneto al 14%. Tuttavia, andando a vedere come le cose siano cambiate durante gli anni, bisogna andare a vedere il denominatore della frazione: lo stanziamento totale previsto.

Le somme non sono sempre uguali

La Puglia sembra aver speso oltre quello che aveva a disposizione in ambito informatico. Eppure, fino al 2019 aveva lo stanziamento su questo tema è stato 271,7 milioni fino al 2019. Nel 2020, i fondi stanziati erano soltanto 76,6 milioni. Una cosa simile è accaduta in Emilia Romagna, con i fondi passati da 30 a 11 milioni. In generale questa mappa getta un po’ di luce su un tema spesso sottovalutato: i fondi europei a disposizione delle regioni non sono una quantità fissa. Questi cambiano, a seconda delle valutazioni che i vari stakeholder fanno durante il settennato di bilancio. Questo lo mostra la serie di grafici successiva.

In questi grafici, cerchiamo di mettere a confronto quanto speso dalle regioni in totale e quanto messo a loro disposizione. I fondi stanziati sono indicati in miliardi e sono l’area color oro. La percentuale di fondi spesi è la linea viola che corrisponde all’asse verticale sulla destra. Per quanto riguarda Fondo europeo di sviluppo regionale e Fondo sociale europeo, la Puglia aveva a disposizione poco più di sette miliardi fino al 2019. Nel 2020, questi sono diventati quattro. Questo ha permesso alla Puglia di poter dire di aver speso il 72% dei propri fondi europei. Nel 2019 la sua quota era ferma al 28%.

Come mostra il grafico, lo stock di investimenti rimane generalmente stabile. È difficile che gli stanziamenti subiscano riduzioni significative come accaduto in Puglia. La stabilità nella previsione degli stanziamenti annuali si verifica tanto a livello macro (stanziamenti regionali in totale) quanto a livello micro (obitettivi tematici), come mostra la prossima visualizzazione.

I cicli di investimento

Questo grafico monitora, per il settennato 2014-2020, quanti soldi siano stati stanziati e spesi per obiettivo tematico e per fondo, ottenendo informazioni su quanto sia stato pianificato e speso, in termini sia assoluti che relativi, sugli obiettivi del Fondo sociale europeo e di quello di sviluppo regionale. Questo grafico mostra come le regioni impieghino i primi anni del settennato a redigere i bandi e a farli finanziare. Nel caso del 2014-2020, è stato nella seconda parte del ciclo di bilancio che si sono concentrate le spese.

Un secondo aspetto è la filosofia con cui vengono spesi i fondi europei. Questa filosofia è uniforme lungo lo Stivale e ha poco a che fare con l’aggettivo strutturale e molto con il tentativo di tamponare le varie emergenze che si sono verificate nel Paese a partire dalla crisi del 2008.

Che l’Italia sia cresciuta relativamente negli ultimi anni è un dato assodato. Che quindi servano forme pubbliche di sostegno al di fuori del bilancio dello Stato è il tema messo in evidenza dai dati fin qui presentati. Gli investimenti, tanto al Sud quanto al Nord si concentrano su due grandi pilastri: infrastrutture e piccole e medie imprese. Il resto, a partire da digitale e ricerca e sviluppo, viene un po’ abbandonato a sé stesso, come mostrano le percentuali di utilizzo dei finanziamenti che, per i temi più attinenti al futuro, è tendenzialmente bassa.

In fondo, il Pnrr è una misura d’emergenza. I fondi messi a disposizione dalle istituzioni europee servono a recuperare in fretta il terreno perduto a causa della pandemia e, in questo senso, l’Italia ha maturato una grande esperienza nella gestione dei fondi europei in situazioni difficili. Tuttavia, questo ragionamento rischia di non far vedere il quadro nel suo complesso. Entro la fine di luglio arriveranno 25 miliardi di euro. Per approfittare appieno di questi fondi occorrerà, però, che il Paese cerchi di capire cosa servirà per rendere la crescita economica italiana salda e duratura. Per questo, servirà uno sforzo politico e amministrativo senza precedenti che impari dalla storia dei fianziamenti europei e si concentri su politiche lungimiranti, prendendo sul serio il tema del digitale e della ricerca.

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