Le code per il pane che si sono viste a Milano ci devono far riflettere. E non solo durante l’emergenza Covid

pane

di Massimo Coppola

Di fronte al video della interminabile coda di persone in attesa del proprio turno per ricevere un po’ di cibo e beni di prima necessità dalla benemerita e storica Onlus milanese Pane Quotidiano, abbiamo tutti perso le parole. La potenza di una semplice e ben realizzata immagine documentaria, altro esempio di citizen journalism – il post è stato diffuso su Twitter ieri mattina e ha già superato le 300mila visualizzazioni – ci impone di fermarci un secondo. Quando questo accade, nel multiforme, eccedente fluire di immagini che ogni giorno saturano i nostri occhi, è significativo di per sé.

Non è cosa nuova il vivere dentro le contraddizioni. In periodo natalizio, in particolare, il clash tra ciò che nella tradizione cristiana esso dovrebbe rappresentare e ciò che è diventato perché nulla è fuori dalla macchina capitalista, qualunque idea abbiamo di essa, è oggetto annuale di riflessioni sdegnate e moraleggianti. A queste si aggiunga il confronto tra la ricchezza che si concede una volta all’anno anche chi non è nelle condizioni migliori e gli esclusi veri, gli esclusi da tutto, anche dal Natale. È ormai un appuntamento fisso dei notiziari, al pari dei servizi sull’esodo estivo; non mancano mai i racconti di chi a Natale si occupa degli altri, di quelli senza casa né famiglia. E ogni anno, dopo aver moraleggiato, ce ne dimentichiamo. Succede così e non c’è rimedio. Guardiamo, ci addoloriamo e passiamo oltre. Non c’è modo di evitare che accada, almeno da un punto di vista empirico, così come non c’è modo di sfuggire al diagramma che restituisce il valore emotivo di un dramma la cui entità reale (per esempio il numero di vittime) si misura sulla distanza dal luogo dell’evento. Per interessarci a un dramma distante esso deve essere numericamente molto rilevante. Questo piccolo, trascurabile dramma – la coda per il pane, in centro a Milano – è invece molto vicino.

Inoltre siamo spinti – e questo è davvero un non senso – a parametrare quelle immagini alla situazione della pandemia, quasi che in sua assenza non ci fossero gli esclusi, i poveri, gli ultimi, la fame e la mancanza di un tetto. Questo è un rischio che dovremmo evitare altrimenti, quando presto o tardi escluderemo Covid dalle nostre vite, ci dimenticheremmo immediatamente delle lunghe code, che sarebbero ancora lì – e che sembrano inevitabilmente destinate ad allungarsi. Le noteremo ancora? Chissà. Oggi certamente sì.

Perché dunque ci siamo fermati tutti di fronte a questo video? In fondo si tratta di un centinaio di persone che fanno la fila per ricevere – potrebbe addirittura essere indizio di una società sana, per quanto possibile visto il sistema nel quale viviamo; una società che ha creato i suoi anticorpi contro la povertà estrema perché alla fine di quella lunga coda, a ragion veduta, c’è il pane. Dunque a ben guardare, quella coda può essere una buona notizia. O meglio è anche una buona notizia. È come vedere un ospedale pieno: è vero è pieno eppure potrebbe non esserci l’ospedale – come per esempio in Calabria, dove è stato necessario l’aiuto dell’esercito (che di solito opera in zone di guerra) e di Emergency (che fa altrettanto).

Viale Toscana, a Milano, non è una zona di guerra, tutt’altro. E la coda delle persone bisognose si muoveva lentamente intorno ai nuovi scintillanti edifici della Bocconi, una delle più prestigiose università italiane, privata e costosa, nella quale si insegna, guarda un po’, economia. Le linee morbide disegnate dallo studio giapponese Sanaa paiono, in quel video, un 3D messo in post-produzione. O viceversa. È anche questo, oltre alla già menzionata vicinanza a colpire. Occorre essere sinceri. Ci colpisce perché vicino, perché ci dice che un nuovo ammaliante edificio ahimé non ci difende da nulla, ci dice che in fondo lì in mezzo potrebbe esserci qualcuno che conosciamo, ci dice che, addirittura, potremmo esserci noi.

Per questo è sempre difficile rimanere freddi e cercare l’obiettività di fronte a questo tipo di scene; non possiamo che rimanere confusi e storditi e ne abbiamo il diritto. Al più possiamo provare ad analizzare le cause della nostra sofferenza senza moralismi e autoindulgenze e cercare nella nostra coscienza i motivi per i quali, io, tu, noi, non siamo riusciti a costruire una società che non debba dipendere dalla carità privata – per sua natura volubile – per aiutare gli esclusi. La società civile tuttavia per fortuna c’è. Perché alla fine di quella coda, un giorno, potrebbe non esserci più pane. Quella sarebbe una brutta notizia, senza distinguo o analisi ulteriori. E ne siamo fin da ora colpevoli.

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