ibrido
(Foto: TheDigitalArtist /Pixabay)

È una notizia che ha generato non poco allarmismo e che potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase della pandemia. Quella che due varianti del coronavirus in circolazione si siano fuse insieme per dar vita a un ibrido, una versione del coronavirus fortemente mutata. Si tratta, in particolare, della cosiddetta variante inglese, la B.1.1.7, che preoccupa l’intera comunità scientifica per la sua elevata contagiosità rispetto al ceppo originale, e quella scoperta in California, la B.1.429, che può conferire una maggior resistenza agli anticorpi. A scoprirlo è stata Bette Korber, del Los Alamos National Laboratory nel New Mexico, che durante un meeting organizzato dalla New York Academy of Sciences ha raccontato di aver visto prove “abbastanza chiare” nel suo database di genomi virali negli Usa di un evento di ricombinazione, lo stesso ritenuto all’origine del Sars-Cov-2. Se confermato, visto che i risultati non sono ancora stati pubblicati né in una rivista scientifica né in preprint, il ricombinante, ossia il virus ibrido, sarebbe il primo (e finora l’unico) a essere rilevato dall’inizio della pandemia. Ma niente allarmismo: la ricombinazione, infatti, era un evento atteso da tempo dagli scienziati perché molto comune tra i coronavirus e non è affatto detto che il nuovo ibrido sia una minaccia.

Cos’è la ricombinazione

Diversamente dalle mutazioni, in cui i cambiamenti del genoma si accumulano lentamente uno alla volta, come abbiamo visto per le varianti in circolazione come appunto quella inglese, la ricombinazione è un evento che consente a due virus di mescolare i propri genomi, con più mutazioni in un colpo solo. Molto spesso non conferisce alcun vantaggio al virus, ma a volte invece potrebbe portare all’emergere di varianti nuove e ancora più pericolose. La ricombinazione si verifica comunemente nei coronavirus perché l’enzima addetto a replicare il genoma può scivolare via dal filamento di rna che sta copiando e ricongiungersi da dove si era interrotto. Se una cellula ospite contiene due diversi genomi di coronavirus (vale a dire quindi casi di coinfezione, in cui le persone, come in questo caso in California dove sono in circolazione due varianti, possono essere infettate da entrambe contemporaneamente), l’enzima può passare ripetutamente dall’uno all’altro, combinando diversi elementi di ciascun genoma per creare, infine, un ibrido.

Il primo, e per ora unico, ibrido

Va specificato, tuttavia, che finora Korber ha osservato solo un singolo genoma ricombinante tra migliaia di sequenze e sappiamo ancora pochissimo sulla sua biologia: per esempio non si sa se il virus ibrido possa essere trasmesso da persona a persona. Sebbene infatti la sequenza dell’ibrido sia stata prelevata da una persona infetta, potrebbe essere un’ipotesi plausibile che sia in circolazione, ma anche che non sia riuscito a infettare altre persone e che quindi sia già scomparso. Un’altra possibilità, riferisce il New Scientist, potrebbe essere che la ricombinazione si sia verificata all’interno del campione e non mentre era nel corpo della persona infetta. In questi caso, quindi, si tratterebbe di un risultato di laboratorio accidentale.

Quel che è certo è che la ricombinazione non è affatto una sorpresa per la comunità scientifica, e che guardando al futuro dovremmo cominciare ad abituarci a questo tipo di eventi. Man mano che le varianti del coronavirus emergono e circolano nelle stesse aree geografiche, infatti, aumenta anche la possibilità che sorgano virus ibridi. “Potremmo arrivare al punto in cui accadrà a tassi più elevati”, spiega al New Scientist Sergei Pond della Temple University in Pennsylvania, sottolineando che sebbene non ci siano ancora prove di una ricombinazione diffusa, tutti i coronavirus si ricombinano ed “è quindi una questione di quando, non di se”.

Via: Wired.it

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Covid-19 è un ibrido, ricombinazione di due coronavirus diversi

Credits immagine di copertina: TheDigital Artist/Pixabay

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