Confermati gli investimenti in Italia, e ci sono nuovi accordi con tre università per ricerca sulla cybersecurity. Il gruppo chiude il 2019 con 9 miliardi di dollari di utili

Le pedine sono quelle schierate lo scorso luglio: 3,1 miliardi di euro di investimenti in Italia nel triennio 2019-2021. A poter cambiare è la disposizione che Huawei farà sulla scacchiera. Perché, come ammette il presidente a rotazione del colosso cinese delle telecomunicazioni, Eric Xu, durante la presentazione dei risultati finanziari del 2019, la pandemia causata dal coronavirus aggiunge una variabile imprevista a un mercato già scosso dalle limitazioni imposte dagli Stati Uniti al campione di Pechino. La famigerata entity list, la lista nera che limita i commerci con le aziende americane. Costata a Huawei 12 miliardi di dollari di profitti.
“Gli investimenti sono stati pensati in un clima diverso” – spiega Luigi De Vecchis, presidente di Huawei in Italia. “Possono essere orientati in altri campi, ma rimangono inalterati”. Tant’è che in Italia, precisa il manager, “abbiamo altre iniziative”. A cominciare dagli accordi con le università: altre tre si aggiungono alle quindici che già lavorano con Huawei, ultima in ordine di tempo quella di Pavia con un laboratorio sulla microelettronica. Al centro della ricerca ci sarà la sicurezza informatica, il dossier più delicato per l’azienda.
Il capitolo cybersecurity
La doppietta del golden power rinforzato e del nuovo perimetro cibernetico nazionale già assegna al governo maggiori poteri di controllo sulle tecnologie di telecomunicazioni made extra-Ue. Ma per il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) bisogna arrivare al blocco totale delle forniture di Huawei. Posizione rispedita al mittente dall’azienda. “Sentiamo le pressioni”, riconosce De Vecchis. Ma, dice, in Italia “siamo lieti che si facciano i test”, come è già stato fatto nel Regno Unito.
Ora serve che Roma si doti degli strumenti necessari. È sì partito infine il bando per arruolare i 77 rinforzi del Centro di valutazione e certificazione nazionale (Cvcn), l’organo del ministero dello Sviluppo economico che dovrà fare lo screening e validare le tecnologie per le reti 5G ma, complice l’inaspettata situazione legata all’epidemia da Sars-Cov-2, non è chiaro quando entrerà realmente in funzione. E serve che sia a pieno organico, per non trasformarsi in un collo di bottiglia che rallenta lo sviluppo delle reti di quinta generazione, come pure ha riconosciuto Asstel, l’associazione di categoria delle imprese di telecomunicazioni.
Barra dritta sul 5G
“Il 5G è una tecnologia matura per noi, siamo pronti a soddisfare le richieste del mercato”, afferma De Vecchis. Sono 4 i miliardi investiti nella ricerca in dieci anni, tra il 2009 e il 2019. A livello globale Xu dichiara che i ricavi legati al 5G “ammontano a più di 3 miliardi di dollari, una cifra piccola se comparata ai ricavi totali di Huawei”, che nel 2019 sono stati pari a 123 miliardi di dollari (858,8 miliardi di yuan, +19,1% sul 2018). E con un utile di 9 miliardi (62,7 miliardi di yuan) che, Xu non lo nasconde, ha risentito degli effetti del blocco degli Stati Uniti. L’incremento anno su anno è stato del 5,65%, contro il 25% con cui ha viaggiato nel 2018 e il 28% del 2017.
“Nel 2019 è partita l’implementazione del 5G ma non abbiamo ancora visto un’applicazione su larga scala”, osserva Xu. Il 2020 è stato a lungo dipinto come l’anno della verità, ma nessuno poteva immaginare uno sconvolgimento globale come il coronavirus. Certo la Cina, che sta uscendo dal tunnel del contagio e arruola il più importante fornitore al mondo di tecnologie per le reti di quinta generazione, si farà trovare pronta a qualsiasi movimento di mercato. Anche perché secondo la Global mobile supplier association (Gsa), la federazione dei fornitori di tecnologia per il mobile, le aziende sembrano intenzionate a non rallentare la costruzione delle infrastrutture.
La filiera della produzione
Xu spiega che in Cina la catena delle forniture è stata pienamente ripristinata. Ora la domanda è come risponderà il mercato. A livello di chip l’azienda ha attivato anche un aumento degli acquisti sul mercato europeo. E ha lanciato ora in Italia un ecommerce che offre assistenza sui prodotti della casa di Shenzhen, con consegna a domicilio dopo la riparazione. Strumenti utili in una fase di blocco dei movimenti, com’è quella attuale per effetto delle misure anti-coronavirus, ma che potrebbe aprire nuovi mercati al gruppo.
E poi c’è la mano tesa a Google. A causa del blocco imposto dalla Casa Bianca, Huawei non ha più potuto caricare a bordo degli ultimi dispositivi le app di Big G di default. Il sistema operativo made in Shenzhen, Harmony, ha già 200 milioni di applicazioni e un milione di sviluppatori che vi lavora. Ma Huawei vuole ripristinare i servizi di Mountain View. E Xu suggerisce anche come: offrendoli sul suo app store, App Gallery, così come succede già in quello di Apple.
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